¡Viva Scariolo!

Il trionfo spagnolo di stasera è stato quanto di più scontato ed ingiocabile. Non mi viene in mente, negli ultimi anni, in qualsiasi manifestazione principale per club o nazionali, un dominio come quello rosso (per l’occasione bianco) dai quarti di finale in poi. Le Furie Rosse sono state spietate, perfette su entrambi i lati del campo, esprimendo bel gioco e compattezza, classe e tattica, tranquillità e sangue agli occhi. Ogni ulteriore commento è superfluo, quindi mi soffermo sui singoli.
Gasol guida la Spagna al trionfo europeo
Pau Gasol è chiaramente il cestista dell’anno, titolo NBA da protagonista e titolo europeo da assoluto numero uno nel giro di un’estate: mi ricordo quando qualche anno fa veniva chiamato “El Metrosexual Catalano” perché era good-looking e se la spassava (come dargli torto, proiettato in NBA a 21 anni). Da figo passò a fighetta nei tempi bui della triste e perdente Memphis, poi a duro. Con gli anni le mèches da modello hanno fatto spazio ad una barba incolta e dei riccioli che lo rendono pauroso alla vista, e così Sansone Gasol è diventato un padrone d’area dopo essere stato uno che tirava prevalentemente piazzati dai cinque metri. La sua maturazione mentale, come volevasi dimostrare, è stata seguita da una crescita sul campo che lo ha portato, a 29 anni, ad essere uno dei migliori centri del globo, ad avere ai suoi piedi sia la Spagna che la città più spagnola degli Usa.
Poi c’è Ricky. Ha la mia età e può decidere di non andare in NBA per prendere tantissimi euro invece di tanti dollari, a Barcellona, che se mi permettete è un po’ meglio delle gelide steppe del Minnesota. Nella prima azione del terzo quarto ha ricevuto un alley oop dal metrosessuale, il play che riceve l’alzata dal centro: il basket totale. Sono convinto che già oggi si possa considerare fra i migliori playmaker del mondo, e nella sua carriera si rivelerà forse la cosa più eccitante del gioco, prendendo il passante da Jasone Kidd che l’aveva preso da Magic che l’aveva preso da Pistol Pete. Ha difesa, una visione di gioco spaventosa, un feeling con la palla da circo, una fantasia tolkeniana. Ha tempo per diventare il più forte giocatore europeo di sempre. Esagero? Forse, ma quando vedo questo tipo di giocatori impazzisco. Ricky ha la scintilla. Shining Ricky.
La cosa bella è che Ricky e Pau sono solo due delle tante opzioni del gioco spagnolo. Calderon, il vero play titolare, ha guardato gli Europei in tv, e se ci fosse stato lui Raul Lopez (NBAer fino a poco fa) avrebbe giocato solo in caso di sciagure. Questo fa riflettere. Tanto quanto Rudy Fernandez, un altro che per colazione fa pane e progressi. Un paio d’anni fa ci si chiedeva se fosse meglio lui o Belinelli, simili un po’ in tutto, dall’atletismo ai tiri ignoranti alle potenzialità su entrambi i lati del campo; oggi la questione farebbe ridere chiunque (sperando patriotticamente e un po’ utopisticamente che si possa ribaltare in futuro). Rudy sembra maturato, e la cosa che spaventa è che in realtà ancora non è maturo, perché la carta d’identità parla chiaro e anche per il Blazer sky is the limit. E insieme a lui Gasolino. Per non parlare del talento di Llull. La Spagna sportiva sta vivendo un momento storico di qualità senza precedenti, e quella cestistica è, in questo momento, prima per distacco fra i paesi umani. Hanno avuto la fiducia in sé stessi, mista anche alla presunzione tipica dei più forti, di giocare dormendo tutte le prime partite. Hanno fatto credere alla Turchia che avrebbero potuto farcela (e se lo sarebbero pure meritato Hedo&co), hanno fatto partire in netto vantaggio la Lituania, per poi optare per un parziale di 23-0 ed iniziare la loro spaventosa scalata al successo.
La Spagna domina. E lo fa sotto i comandi di un italiano, condottiero perfetto di un’inarrestabile macchina da guerra, giusto dosatore di libertà ed ordine, coach che noi italiani siamo vergognosamente costretti ad invidiare ai rivali. Ma questa è un’altra storia. Stasera si balla con le nacchere, si beve sangria e si festeggia sulle ramblas. Stasera una maledizione è stata rotta, la giovane e fortissima Serbia ha ricevuto una lezione che non può che farle bene, Slovenia e Turchia riflettono su un ottimo Eurobasket, la Grecia su cosa sarebbe stato con Papaloukas e Diamantidis. Stasera si pensa già al 2010, ad Ankara, alla finale fra umani e non umani. Stasera si sogna, si sogna in spagnolo.

S.B.

Recalcati, il mio pensiero

Recalcati-Meneghin, un binomio che sa troppo di vecchio

Vorrei scrivere qualcosa di sensato sull’affaire Bargnani-Recalcati, e vorrei anche sparare sulla croce rossa.
Beh, lo farò, ma cercando di essere razionale.
Charlie Recalcati è stato un allenatore capace di vincere titoli italiani a ripetizione e raggiungere risultati con la nazionale che ci fanno ancora piangere di gioia. È stato un grande, uno di quelli capaci di tirare fuori la birra dai pomodori (non so se vale anche per voi, ma nella mia ottica sarebbe un’impresa storica). Nelle situazioni più disastrate e assurde, in mezzo alle bufere più aspre su di lui e sui suoi giocatori, per anni Charlie è stato capace di motivare sempre i suoi gruppi (fossero essi la Montepaschi o la Fortitudo ai primi scudetti della storia, la Varese della stella o l’Italia delle medaglie europea e olimpica), sembrando quasi un guru alla Lippi, ed il paragone calza a pennello anche in quanto a fortuna. L’uomo giusto al momento giusto.
Ora. Il Tinto ha 64 anni da pochi giorni, le Olimpiadi di Pechino sono state splendide ma per niente azzurre, in questi giorni in Polonia si giocano degli Europei incerti ed estremamente interessanti ma non c’è l’ombra di divise targate Edison. Tutto ciò con a disposizione un roster, o almeno 6/7 elementi di esso, potenzialmente competitivo ad ogni livello e ben allenabile, se è vero che Bargnani stesso dice di essere un robottino al servizio dei giochi per lui disegnati, che Belinelli uccide gli avversari quando caracolla fra i blocchi, che Poeta ha sfondato a Teramo grazie anche e soprattutto al sistema di coach Capobianco.
I problemi ci sono, e nessuno li nasconde. Ma pare chiaro a (quasi) tutti che il problema risiede a monte, in una guida tecnica che non è più capace di essere una vera guida, che ormai da cinque anni non regala mezzo risultato decente agli italiani che lo guardano in tv –o su internet, grazie alle deficienze del servizio pubblico. Cinque anni. Se un paio di defaillances si possono perdonare (2005, 2006, 2007: fra Europei e Mondiali sempre fuori prima dei quarti), soprattutto dopo che la combo bronzo svedese-argento greco aveva ben riempito le pance degli atleti azzurri, l’appello delle qualificazioni olimpiche ha confermato che il coach era colpevole, mai utile, mai a muso duro quando serve, nessuna responsabilità presa, nessun gioco improntato alla squadra, nessuna motivazione leggibile negli occhi di chi andava in campo. Che il ciclo era finito. Tutte cose confermate, persino in peggio, alle qualificazioni europee, prendendole dalla Serbia, dalla Bulgaria e dall’Ungheria, in un girone ridicolo, vincendo di 1 l’ultima gara in casa contro i bulgari quando bastava vincerla di 2.
Essere relegati all’Additional Round era già qualcosa di inaccettabile. Arrivare ultimi nel proprio girone è stata una vera vergogna, battuti di 3 in casa dalla Francia orfana di Parker che solitamente gioca da solo i finali, e quasi ovviamente distrutti 81-61 in Oltralpe al ritorno con Mr. Longoria in campo; aggiungete un’inutile quando ignobile sconfitta subita dalla Finlandia, a giochi già fatti, ma senza neanche la forza di salvare la faccia. Credo che si sia arrivati al punto minimo, di non ritorno, l’anno zero: in qualsiasi modo vogliate chiamarlo, non si vedeva una tale crisi da quindici anni, e ci si qualificava consecutivamente alla manifestazione continentale dal 1963 (!).
Recalcati, con la consapevolezza che portano 29 anni di carriera, avrebbe dovuto dimettersi. Cosa fa invece? Attacca Bargnani, in punta di piedi, ma pesantemente, come ogni allenatore che addossa le colpe alla propria stella. Bargnani, finalmente punto nell’orgoglio, gli risponde un mese dopo: “Senza una guida tecnica non si va da nessuna parte, la colpa è sua”. Bravo Andrea. Peccato che qua entra in scena l’uomo di Recalcati, il Tinto alla seconda, un gigante messo a fare il fantoccio in Fip per ragioni ancora oscure a tutti. Il capo di una Loggia che sta opprimendo il nostro basket, soffocandolo, chiudendolo in sé stesso, come un topo in gabbia, un topo che sta morendo di fame, di vecchiaia e di ossigeno. Meneghin chiude la bocca a Bargnani, dichiarando che il romano dei Raptors dovrà prima vincere come Kobe Bryant (cose di tutti i giorni), e poi potrà parlare male del suo coach. Che ovviamente è riconfermato “a meno che non sia lui a scegliere diversamente”. Il gioco di potere in questione è meschino, inaccettabile. Peccato che in pochi lo vogliano dire pubblicamente. Forse i giochi di potere riguardano anche altri ambienti, io fortunatamente ne sono fuori. Recalcati, però, è dentro, e se non si fa qualcosa rischiamo di saltare due Olimpiadi di fila. Se si dovesse scegliere fra i due litiganti, penso che la scelta la saprebbe fare anche un bambino, fra un allenatore di 64 anni con cinque fallimenti consecutivi alle spalle ed il più forte giocatore italiano, un ventello che cammina in NBA a neanche 24 anni (ripeto: neanche 24 anni). Spero che a scegliere non sarà il presidente Fip di 2,04. Un altro, italianissimo trionfo dell’ipocrisia potrebbe essere pronto per essere servito sulle ultime pagine della Gazzetta.
Ma non ci voglio credere. E allora, dedico le ultime parole del primo pezzo del mio blog all’uomo delle medaglie. Un sunto del mio pensiero, condensato in poche righe: i ragionamenti li ho fatti sopra.
Recalcati, grazie di tutto. Però, tanti tanti saluti. Goditi la pensione e riguardati qualche dvd del 2003-2004. Ti abbiamo voluto bene. Ci hai fatti gioire. Ci hai fatti piangere. Ad alcuni di noi, anche per il nostro club. Ma è finita, Charlie. È finita. Capiscilo. La porta è quella, la poltrona sarà comoda, la bibita fresca, tua moglie felice. Sei stato un grande, ma non lo sei più. Non rovinare oltremodo una carriera luminosa e vincente. Salvaci, Charlie. Dimettiti. Fai un favore all’Italia, non ascoltare Dino. Dimettiti.

S.B.