NBA on Christmas: appunti sparsi

Augurando buone feste a tutti di ritorno da un esame, qualche decina di centimetri di neve ed un paio di mangiate clamorose, butto lì qualche flash tecnico-tattico a proposito della mia personalissima principale tradizione natalizia, il doubleheader dei partitoni della notte di Natale.

MAGIC 77 – 86 CELTICS

Statement game dei Celtics, senza Pierce e in trasferta è da considerare un’impresa. Difesa impressionante che concede percentuali gelide ai grandi tiratori avversari.
La rotazione Perkins-Wallace (quest’ultimo stasera dominatore) è la migliore coppia Dwight-stopper della Lega, e a mani basse.
Rondo ha una capacità di prendersi la squadra sulle spalle in situazioni importanti che sfiora l’inimmaginabile in quel contesto e a quell’età.
Tony Allen si deve rassegnare: non potrà mai essere un giocatore di basket.
Al contrario, non capisco chi possa considerare Roy –che adoro- o chi altro la guardia più pulita e bella da vedere della NBA, finchè non si ritira Ray.
Garnett ad oggi è il giocatore statisticamente più silenzioso della Lega rispetto a quanto possa dominare una partita o spezzoni di essa.
Il buon SVG pensa sempre alla difesa, e fa bene, ma magari crearsi un po’ di gioco in between potrebbe essere una buona idea, invece di puntare tutto sulle triple e sul post di Howard.
A partire da Lewis magari, che tra l’altro è un’arma tattica terrificante ma quando si trova davanti KG è un mismatch che cammina. In negativo.
Non capirò mai perché Orlando gioca meglio senza Nelson (a prescindere da stasera).
I Magic sono sempre stati, sono e sempre saranno la contender (ever?) per la quale vale più la regola “it’s all about making THREE-POINT shots”.
Però sono tanto, tanto, forse troppo profondi. A proposito, scambiarne un paio fra Bass, Barnes e Anderson più Nelson per una stella o quasi?
Vince Carter è la guardia più sottovalutata degli ultimi 15 anni: tutta colpa degli schiaccioni.
In generale, troppo cappone per i Magic. Poca intensità, pochissima mira, zero ritmo: la strigliata di Van Gundy non sarà stata meno pesante del pranzo.

LAKERS 87 – 102 CAVALIERS

Cleveland semplicemente imbattibile stasera, Los Angeles semplicemente inguardabile. Altra pesantissima ed inaspettata vittoria in trasferta con “C u back in june” scritto sulla faccia del team-minded Lebron.
Mo Williams sarebbe la chiave di volta di un’eventuale finale –oltre che dell’80% delle serie che coinvolgono i Lebrons- fra queste due squadre: a parte tutto il resto, è l’unico a parte Lebron che ha un match-up offensivo favorevole. E s’è notato.
Se Shaq avesse 25’ a partita come quelli di oggi, darei Cleveland come favorita per l’anello.
Il doppio centro O’neal-Ilga per qualche minuto contro Los Angeles (e basta, direi) può funzionare. E Varejao diventa ancora di più un fattore dalla panchina.
I Cavaliers hanno un ottimo gioco senza palla, che unito alle visioni del play di 2.03 li rende capaci di giocate di squadra fluide e godibili.
Lebron a metà…ahahahahhahaha.
Le interviste fra Magic e Kobe a metà partita di Natale sono sempre stuzzicanti, però avrebbero anche stufato. I Muppets dei due semidei invece non mi stancheranno mai.
Ma come non c’è Jack Nicholson?! Per forza poi succedono i casini nel finale, manca il custode…
I duelli Lebron-Artest sono fantastici, hanno un’aura di anni ’80, fisici all’inverosimile. Però, cazzo, vince sempre quello col 23, e come disse Andy Roddick parlando di Federer, “Che io sappia, una vera rivalità può esistere solo se si vince a turni, non può vincere sempre lo stesso”.
Ron-Ron riesce da solo a smontare un intero attacco in poche azioni con qualche spallata e qualche occhiata.
Kobe potrebbe giocare anche senza una gamba, e rimarrebbe comunque una scoring machine senza eguali (però che percentuali…).
Dimostrati ancora una volta i limiti di P-Jax, che doveva intervenire in maniera più decisa nella confusione che c’era in campo fra i suoi. Ma se un eventuale prossimo anello se lo dovrebbe mettere sull’alluce, cosa puoi dirgli?
Non è che la mega estensione ha fatto male a Pau? Malissimo anche Lamar. Bynum non pervenuto, quando vede il Big Fella si emoziona perché si ricorda un vecchio Natale quando diventò famoso.
Sunto: un team ha giocato di squadra, l’altro no.

S.B.

Youngsters do it better

Roy-Aldridge, coppia vincente.

Roy-Aldridge, coppia vincente.

Nell’NBA di oggi ci sono contenders (chiare a tutti: Celtics, Lakers, Spurs, Magic, Cavaliers in ordine sparso) e ci sono squadre che per qualche anno non avranno alcun senso logico (penso ai Knicks, ai Clippers, ai Pacers, ai Warriors). Ci sono dei team che fanno i playoffs ma difficilmente vanno fino in fondo (Hawks, Suns, Mavs, Heat per fare degli esempi), e infine ci sono delle squadre in ricostruzione. Il concetto di “rebuilding” pone le sue radici nell’inesistenza delle retrocessioni nella Lega oltre che nel sistema di scelte ribaltate rispetto alla classifica, ed è forse quello che rende eccitante questo giochino praticamente per i tifosi di ogni squadra americana, che possono sognare da un anno all’altro di avere in mano un roster decente quando prima era una barzelletta. Il pensiero va subito ai Celtics del trio, ma anche ai Cavs (“The mistake by the lake” fino all’avvento del 23, futuro 6); chiaramente c’è anche il rovescio della medaglia, se guardiamo com’eran messi un paio d’anni fa i Pistons o i Kings. A causa al rebuilding, spesso si vedono partite false, squadre che mirano a perdere per tutta la stagione o dopo una fetta negativa di essa. Ma c’è chi lo sa fare bene –il rebuilding, non il tanking, anche se pure quello è un’arte- e oggi mi concentrerò sulle realtà che oggi fanno paura a pochi, ma che nel giro di qualche anno potrebbero inserirsi nel novero delle migliori, tutto ciò mentre altre squadre (andando a naso, direi i Suns, gli Spurs, i Mavericks, le squadre più vecchie insomma) torneranno nel baratro della lottery, o comunque caleranno.

Al primo posto vanno sicuramente i Portland Trail Blazers. Già oggi squadra da buon piazzamento playoff, i Blazers hanno ricostruito grazie soprattutto ad una geniale quanto fortunata serie di scambi effettuata in sede di draft nel 2006, quando misero le mani contemporaneamente su Roy ed Aldridge, ora le forze portanti della squadra, uno (Brandon) già superstar e l’altro (LaMarcus) sull’orlo di diventare un All Star con qualche miglioramento. Al nucleo di giovani, già ricco con le pesche della classe 2006 più le ali Webster e Outlaw draftate negli anni precedenti, si è aggiunto nel 2008 Rudy Fernandez, i cui diritti sono stati accaparrati dalla dirigenza un anno prima tramite un’altra fantastica trade, mentre lo spagnolo militava ancora nel Badalona e fu scambiato con i Suns (addirittura insieme a James Jones) per “cash considerations”, cioè praticamente per nulla visti e considerati gli averi a disposizione di Mr.Microsoft Paul Allen. La ciliegina sulla torta di Portland è arrivata il 28 giugno 2007, quando la fortuna ha baciato Allen in testa regalandogli la pick numero 1 e con lei Greg Oden. Salvo poi fargli pagare il contrappasso con la salute del ragazzone, che pochi giorni fa si è distrutto una rotula saltando a rimbalzo dopo aver saltato quasi tutto l’anno da sophomore: a Greg, probabile dominatore di aree negli anni a venire se il fisico regge, i miei auguri di buona guarigione per poter vedere in futuro se manterrà le promesse. In Oregon hanno già esteso il contratto ad Aldridge e a fine anno rifirmeranno in tutta tranquillità Roy anche con i soldi della scadenza di Darius Miles, ultimo residuo di quelli fino a qualche anno fa conosciuti come “Jail Blazers”.

Fanno paura. E fanno sbavare.

Fanno paura. E fanno sbavare.

Una squadra che sta passando molto, troppo sotto i radar è la nuova franchigia degli Oklahoma City Thunder. Prima di cambiare città ed addossarsi quello che forse è il nome più brutto ever per una società professionistica americana, gli allora Seattle Supersonics (che bello, fa molto Ninties) hanno iniziato la loro scalata al successo al draft 2007. Alla 2 pescano Kevin Durant, fuoriclasse assoluto già oggi nei primi 5 attaccanti NBA stando larghi, pick numero 1 sbadigliando nel 90% dei draft che però è capitato in quello di Oden e della Portland di Roy (stesso suo ruolo). Alla 5 Boston pesca Jeff Green e lo gira a Seattle, con Szczerbiak e West poi tradati dai Thunder in cambio di scadenze, e vede arrivare insieme a Big Baby Davis il secondo pezzo dei Big Three, quel Ray Allen che aveva fatto la storia dei Sonics per anni ma voleva indossare qualcosa di prezioso al dito. Con la partenza di He Got Game inizia il nuovo corso dei Sonics, che l’anno successivo cambiano città e sono fortunati con le palline del draft per altre due lotteries di fila. Nel 2008 alla 4 c’è Westbrook, play tutto corsa e potenziale futuro All Star, mentre alla 3 quest’anno arriva Harden, guardia che sembra cucita e rifinita per stare a fianco al cerbiattone Durant. Ai quattro moschettieri, tutti atletici e dal potenziale enorme, si aggiungono Sefolosha e Collison, altrettanto giovani ed ottimi pezzi da rotazione. I Thunder hanno 13 milioni in scadenza e potrebbero puntare a qualcosa di importante quest’estate, con un occhio ai contratti dei quattro titolari: con un centro a completare il puzzle ed una gestione oculata delle loro scadenze, nel giro di un paio d’anni i Thunder potranno fare il loro esordio su palcoscenici importanti.

Al terzo posto di questa classifica senza particolari parametri ci piazzo i Minnesota Timberwolves. La loro ricostruzione è stata sostanzialmente basata sullo stesso giocatore che li ha tenuto in vita –e come li ha tenuti in vita- per 12 anni, Kevin Garnett. Lo scambio che ha scaturito il ritorno all’anello dei Celtics è stato il più sproporzionato nella storia della Lega: da una parte un giocatore, dall’altra 5 uomini e 2 virtuali, vale a dire le due prime scelte al draft 2009 che si sono splendidamente concretizzate in Flynn e Rubio. Una doppia scelta controversa: stesso ruolo, entrambi fortissimi (per chi lo conosce, Rubio è chiaramente altra categoria, cioè quella degli dei più o meno, ma anche Flynn è un buon play). Probabilmente uno dei due verrà scambiato quando Ricky deciderà di andare negli Usa, intanto il ragazzo del ‘90 vincerà qualcosina quest’anno al Barca mentre Johnny imparerà a prendere in mano una franchigia. A proposito di franchigia, nello scambio Garnett arrivò anche e soprattutto il franchise player, Al Jefferson, lungo offensivamente spettacolare esploso l’anno scorso attorno al quale ruota tutta la costruzione dei Wolves. Al suo fianco, a formare forse il miglior reparto lunghi giovane della Lega, Kevin Love, arrivato in uno scambio di cui riferirò a breve; poi Sessions, Gomes, Brewer, tutti futuribili. In attesa dell’atterraggio di Ricky: in quel momento si capirà veramente se questa franchigia sarà grande –con un buono scambio o con la permanenza dello spagnolo- o se era tutto un fuoco di paglia.

Dopo il periodo d’oro di Jordan, Pippen e Jackson e “The Last Dance”, dal 15 giugno 1998 i Chicago Bulls diventarono una delle franchigie più disastrate d’America. È il contrappasso della NBA: i primi saranno gli ultimi. Iniziò una lunga ricostruzione, passata per qualche anno terribile e qualcuno un po’ meno ed arrivata infine a concretizzarsi con la serie dell’anno scorso contro i Celtics, per tutti il più emozionante primo turno della storia NBA, 4-3 con 7 overtimes complessivi e non so quanti buzzer-beaters. I Bulls hanno finalmente ritirato fuori l’orgoglio dopo 10 anni di vergogne, e lo hanno fatto con un roster giovanissimo: la prima assoluta del 2008 Rose, la 7 del 2003 Hinrich, la 3 del 2004 Gordon, la 7 dello stesso draft Deng (arrivato in cambio di due scelte inutili in una trade ridicola con i Suns che si staranno ancora mangiando le mani), la 4 del 2006 Thomas, la 9 del 2007 Noah. La squadra è già pronta per il salto di qualità, che potrebbe arrivare quest’estate dato che a Chicago scadranno 30 (!) milioni, ed è una delle principali candidate ai pezzi pregiati del 2010. Insomma, qua è già andato tutto a buon fine, almeno fino allo step conclusivo. Ma con un paio di appunti alla dirigenza: la perdita di Gordon come free agent quest’estate doveva essere monetizzata in qualche modo, e lo scambio Thomas-Aldridge è una grave pecca che sarà causa di bestemmie perenni per ogni tifoso dei rossoneri, dato che Tyrus, per quanto energetico, è uno dei giocatori con meno IQ cestistico di sempre. E che al momento quello che farebbe la differenza sarebbe proprio un’ala grande con punti nelle mani: citofonare LaMarcus.

Beep-Beep e Speedy Gonzales.

Beep-Beep e Speedy Gonzales.

I Memphis Grizzlies non sono mai stati la franchigia NBA dei vostri sogni. Nella città di Elvis si sono inanellate stagioni perdenti su stagioni perdenti dal trasferimento da Vancouver in poi, intervallate da tre squallide apparizioni ai playoffs (dal 2004 al 2006) senza vincere una sola partita delle 12 giocate. Da quella volta Memphis non è mai arrivata a 25 vittorie in stagione, e si può tranquillamente definire una delle franchigie più tristi della Lega. Ma qualcosa si sta muovendo. Quando cedettero ai Lakers Gasol per vari giocatori improponibili il 1 febbraio 2008, i Grizzlies avevano segretamente (e forse involontariamente) fatto un affarone, dando via il fratello più grande per quello più giovane, vale a dire Marc, i cui diritti sono passati –senza che nessuno se ne accorgesse, dato che giocava a Girona e sembrava a tutti la fotocopia scarsina di Pau, non materiale da NBA- a Memphis e stanno dando un perché alla trade altrimenti più assurda degli ultimi anni. Marc si sta evolvendo in uno dei migliori centri della Lega, e quest’anno Rudy Gay (arrivato tradando Battier ai Rockets) sta viaggiando a 20 di media. Con loro OJ Mayo, piccolo scorer di razza arrivato scambiando le scelte con Minnesota per Kevin Love, due anni fa; c’è da dire che i Grizzlies al draft non ci sanno molto fare, se è vero che al momento in pochi prenderebbero Mayo per Love e che Conley, pickato alla 4 nel 2007, e Thabeet, scelto quest’anno alla 2, sembrerebbero dei bust clamorosi. Ma su quei tre si può costruire, magari aspettando le ultime pesche e lavorando bene sul mercato free agent nel 2011, quando la situazione salariale sarà eccellente dopo la scadenza del 20+10 più disfunzionale della storia, Zach Randolph.

I New Jersey Nets hanno appena infranto un record negativo, quello della peggior partenza nella storia: 0 vinte-18 perse. Vista dall’esterno, la franchigia cugina dei Knicks è molto difficile da considerare positivamente, ma la legge NBA ci dice che ci potrebbero essere succose novità per le Retine. C’è già un buon nucleo di giovani, approdato nelle paludi soprattutto nel 2008. La stella della squadra è Devin Harris, tradato da Dallas l’anno scorso in cambio di Kidd (l’hystory maker della franchigia) insieme a fillers vari; dal draft arrivano uno dei giocatori più produttivi di questa stagione, Brook Lopez, centro nel vero senso della parola pescato alla 10, e Chris Douglas-Roberts, ala scelta alla 40. Poi il rookie Terrence Williams; l’oggetto misterioso Yi, cinese dal grande potenziale ma molto molto nascosto; e Courtney Lee, arrivato quest’estate dai Magic insieme alle scadenzone di Alston e Battie in cambio dell’ultimo pezzo da 90 rimasto a New Jersey, Vince Carter. Scambio apparentemente senza senso, ma che mette in chiaro una cosa: nell’estate 2010, quando forse si trasferiranno a Newark mentre aspettando l’autorizzazione per Brooklyn (2011?), i Nets puntano a qualcosa di molto grosso. I nomi caldi del 2010 sono noti: James e Wade su tutti, poi Bosh, Stoudemire, Johnson, Redd, McGrady (con tutti i se e i ma del caso, ma va inserito nella lista). Un’aggiunta di tal qualità, con l’asse play-centro già pronto (Harris non è definibile play, ma in NBA il suo ruolo è quello), potrebbe proiettare New Jersey/Brooklyn fra le contenders degli anni a venire. Con una controindicazione: se quest’estate non arriva nessuno, tutti nell’oceano…

S.B.

Primo mese di NBA: I Top Ten

Ero rimasto alla Flop 10, e il pensiero non può che andare all’una e mezza di stanotte, dove i Nets (in attesa del nuovo coach Vandewhege e con una figurina in panchina) cercheranno di demolire ogni partenza negativa della storia. Intanto, come previsto, AllenI non ha avuto manco tempo di versare una lacrimuccia che era già a Philly: come sei romantico, e come sei prevedibile, Ive. Ora però, passate le schifezze, mi concentro sulle cose buone di questo primo mese di NBA.

TOP TEN

Jason KiddMark Jackson

Guardiamo ed impariamo.

10. Jason Kidd. Il miglior playmaker del decennio a 36 anni smazza ancora 9 assist a partita e sta tirando con la miglior percentuale da tre in carriera (un eccellente 47%), ma non è per questo che va in classifica. Il 25 novembre, nella riedizione di quella che qualche anno fa era la sparatoria per eccellenza del Texas fra i Mavs ed i Rockets, dopo 1’08” del terzo quarto Giasone ha dato via, con un gran alley oop per Beaubois, il suo 10335esimo assist in carriera, diventando il secondo miglior assistman di sempre dopo l’inarrivabile Stockton (15806 gemme) e passando Mark Jackson.
9. Karl Malone & Scottie Pippen. Siamo nel 2009 ed è un po’ assurdo che i due giganti dell’NBA degli ‘80s e soprattutto dei ‘90s siano in una classifica di merito. Ma pochi giorni fa è stato reso noto che i due campioni olimpici saranno nella lista dei candidati alla Hall Of Fame di quest’anno, e con ogni probabilità entreranno nell’arca della gloria. Scontato tributo all’ala forte più produttiva di sempre e al miglior esterno difensore della storia, protagonisti di due finali abbastanza famose all’ombra del 23. Lacrimucce sparse anche per gli altri candidati con meno sicurezza di entrare, fra cui Oscar Schmidt, Tex Winter, Rudy-T, Don Nelson, Marciulonis, Mullin, King, Muggsy Bogues e Dennis Johnson. Senza scordarsi il mitico Dick Bavetta.
8. Larry Brown. Ormai nella fase finale di una carriera pazzesca, “my coach” (come lo definì l’Iverson di cui sopra mentre veniva premiato MVP dell’All Star Game 2001) continua a stupire, e sta portando ad un record decente quella che probabilmente è la squadra meno talentuosa della Lega. I Bobcats hanno per propria natura uno dei peggiori attacchi nella NBA, ma grazie a coach Brown sono anche la miglior difesa, anche meglio di Boston e Los Angeles i quali difensori sarebbero un attimo meglio di quelli di Charlotte. Insomma, calcolando chi c’è in panchina, sono ad una stella dal puntare alle Finals.
7. Dirk Nowitzki. Il tedescone che sa uccidere una difesa in ogni modo immaginabile si sta ancora una volta portando sulle spalle i Mavericks, e in questa fase di stagione sta giocando da MVP: 27,2 punti a partita (continuasse così, sarebbe il miglior dato in carriera) con 8,5 rimbalzi e 1,5 stoppate nella squadra leader della Southwest Division, e un livello di gioco spaziale. Praticamente, i numeri che aveva nell’anno della conquista del Maurice Podoloff Trophy.
6. Gasolino. Essendo nato in Spagna, Marc Gasol probabilmente non sa neanche cosa voglia dire “sophomore slump”, e lo sta dimostrando sul campo. Nei pur derelitti Grizzlies, il fratello piccolo di Pau viaggia in doppia doppia fissa ai 15 e 10 e sta diventando uno dei centri più appetibili dell’NBA. Con quei numeri -fra cui segnaliamo anche quasi 2 stoppate e più di un recupero di media-, quella stazza (216 cm per 120 kg), quella carta d’identità (29-1-85) e quel cognome, vista la parabola ascendente di chi ha alzato un paio di trofei alquanto importanti nell’ultimo anno solare, non può che far sbavare ogni GM.

Hustle!

Hustle!

5. Gli operai di Houston. La stagione dei Rockets, con T-Mac fuori ad oltranza e Yao direttamente out for the season, pareva a chiunque il più classico dei “perdiamone una più dei Kings”, e forse fra qualche mese lo diventerà pure. Però quello che al momento è il supporting cast migliore della Lega sta tendendo imboscate su imboscate a chiunque, mostrandosi incredibilmente ostico soprattutto in trasferta dove ha uno dei pochi record positivi di tutto il campionato, insieme solo alle grandi. I Rockets sono sorprendentemente –sì, è ignobile, ma è la realtà- partiti a razzo, grazie ai vari Brooks, Landry, Ariza, Scola, Battier e compagnia bella, duri a morire ed intensi come nessun altro, ed al sottovalutatissimo coach Adelman: giocare per la lottery proprio non gli riesce.
4. Melo. La completezza offensiva che ha raggiunto Anthony nel corso degli anni è una delle cose più belle da vedere su un parquet. Stile ed eleganza non sono mai mancati, la cattiveria è arrivata tardi ma ora c’è ed arricchisce un bagaglio tecnico in attacco da primi 10 della storia recente. Insieme a 30,7 punti a partita, che lo rendono il capocannoniere del mese e valgono un record di 13-5 per i suoi Nuggets; al triste e sfiduciato Carmelo di un paio di anni fa serviva avere vicino una presenza con leadership, e nulla poteva essere meglio di Chauncey Billups, grazie al quale non a caso l’anno scorso ha subito raggiunto le Conference Finals. Se il premio si assegnasse oggi, i suoi voti come Most Valuable Player sarebbero parecchi, e tutti meritati.
3. L’ex play di riserva della Lottomatica. A Roma lo stanno ancora maledicendo, ora più che mai: il Brandon Jennings dell’anno scorso era praticamente un cancro sui campi italiani ed europei. Chi l’ha visto qua in sede di draft sfotteva sonoramente Milwaukee per averlo pescato alla 10, e invece Jennings si sta clamorosamente rivelando il rookie dell’anno a mani basse. Dei 55 ho già detto –e mi sono già sbigottito- abbastanza, ma mantenere quasi 22 punti a partita conditi da quasi 6 assist per un mese è segno di qualcosa di speciale. Velocità di base terrificante, grandi capacità di penetrazione e successiva acrobazia, braccia infinite con mani iper-reattive, ora anche il tiro da tre (50%, che credo e fortemente spero scenderà): Brandon, ma a Roma dove avevi lasciato tutto questo ben di dio?
2. Steve Nash e i suoi Suns. Eccolo lì, un’altra volta. Ancora? Sì, ancora. Steve Nash si sta ri-ri-candidando al titolo di MVP, e potremo gridare alla bestemmia quanto vogliamo (non mi nascondo: l’ho fatto nel 2005 e soprattutto nel 2006), ma questo continua a metter su numeri (17+12 o giù di lì), correre come un pazzo a 35 anni suonati e dare via assistenze come indulgenze del sedicesimo secolo, accontentandosi però di soli 13 milioncini per quest’anno. Per merito suo i Suns battagliano per la leadership dell’Ovest come ai bei tempi degli alley oops con Marion, e stavolta i miracolati all’appello sono tali Richardson Jason, Frye Channing e persino Hill Grant, tutti rinati –o sbocciati, nel caso di Frye- magicamente sotto le cure del canadese.

My Coach of the Month.

My Coach of the Month.

1. Mike Woodson e gli Atlanta Hawks. Non fosse per il nome poco altisonante, il coach del momento sarebbe pacificamente per tutti mister Woodson, che sta facendo volare –nuovamente ignobile, ma nuovamente vero- gli Hawks verso vette inesplorate da decenni nella città della Coca-Cola. Josh Smith è diventato un mostro, Horford uno dei centri migliori della Lega, e JJ il leader con il miglior rapporto efficacia/loquacità d’America. L’attacco gira a meraviglia grazie anche a Bibby e a “Microwave” Crawford, la difesa si fa rispettare, e arrivano vittorie su vittorie in un palazzetto caldo come pochi altri. Un po’ di credito per coach Woodson è l’unica cosa –insieme ad una panchina più lunga- che manca ad Atlanta per essere definita una contender.

HONORABLE MENTION:
-White Chocolate. Jason Williams è tornato in un contesto vincente, quello di Orlando, e per l’ennesima volta sta dimostrando che il suo meraviglioso stile di gioco porta anche dell’efficacia; oltretutto, la maturazione che ha avuto nel corso degli anni lo sta ricambiando con il miglior rapporto fra assist e perse in carriera (!).
-Il ritorno di JO. Dopo varie stagioni di infortuni e semi-anonimato, il Germano sta tornando ad essere un fattore alla corte di D-Wade, con la quindicina di punti d’ordinanza, più di 8 rimbalzi a partita e un ottimo 56% dal campo. Se in estate arrivasse un altro big, con Beasley ed un centro così Riley (perché, credete in Spo?) potrebbe tornare alle Finals.
-Kendrik Perkins. Nella top ten non ho citato minimamente la squadra che attualmente do come favorita numero uno per l’anello. In copertina però non vanno i Big Three, ma il centro che sta migliorando praticamente ogni giorno, e ormai è diventato indispensabile al pari degli altri membri del quintetto per la corsa al titolo di Rivers.

S.B.

Primo mese di NBA: I Flop Ten

Ad un mese dall’inizio dell’NBA, è ora di tirare le prime somme. C’è chi sta andando meglio, chi peggio e chi esattamente come previsto. Degli ultimi non mi preoccuperò, non perché non se lo meritino ma perché sono noiosi e non fanno notizia. Scherzi a parte, ecco la classifica delle dieci delusioni della Lega –a cui seguiranno le dieci sensazioni- in questo primo mese di regular season.

FLOP 10

C'era una volta...

C’era una volta…

10. Le scelte estive dei Sixers. Philadelphia, dopo aver raggiunto i playoffs l’anno scorso e fatto sudare più del previsto i Magic vincendo due gare nel primo turno, sono arrivati all’estate decisiva per fare il salto di qualità perdendo Andre Miller, sostanzialmente l’unico play di ruolo a roster. Ma non ne hanno preso un altro: facendo giocare Lou Williams come point guard titolare ed il saltatore Iguodala da facilitatore, il risultato è che LouLou si infortuna ed ora, a meno di colpi di scena (vedi al numero 3), sarà il diciannovenne Jrue Holyday a dover guidare la squadra. Stefanski, cosa mi combini…

9. Don Nelson. Stufo delle 1309 vittorie ottenute in trent’anni di carriera, “Wine” Nelson ha deciso di smettere col basket e darsi all’ippica: i suoi Warriors sono infatti come dei cavalli allo stato brado, senza alcun controllo, corrono come dei pazzi a turni senza sapere dove stanno andando. Intanto, giocatori su giocatori vengono bruciati, altri –come Steph Jackson, recentemente spedito a Charlotte- preferiscono scappare prima di rimediare altre figuracce o finire nella cuccia del coach. Il suo basket è tanto inguardabile quanto era godibile prima del 2003; sarà mica un segno che è ora di smettere?

8. Arenas. Non il giocatore, ma i palazzetti. Questo è un tema che si ripropone ogni anno, e riguarda degli splendidi edifici supermoderni (e, garantisco in prima persona, straordinariamente organizzati) semivuoti o vuoti in gran parte, per un gran numero di partite di regular season (a tal proposito, vedere la numero 2). Tanti spettatori vestiti da seggiolini, direbbe qualcuno; forse è ora che Stern prenda provvedimenti, ma ne parlerò a breve.

7. Brother Hedo ai Raptors. Accolta in estate come la mossa che avrebbe reso Toronto molto più competitiva ad Est, la presa di Turkoglu non sta portando i frutti sperati. Hedo, che nei giorni della firma spiegava che era una decisione presa per la famiglia, sta dimostrando che era l’unica spiegazione possibile, passando da una contender che ha appena fatto le Finals con un uomo franchigia giovane e fortissimo ad una realtà che lo limita in un sistema inesistente, quello di “coach” Triano che sta portando i Raptors alla deriva con la peggior difesa della NBA. In tutto ciò Turkoglu riesce per ora a far calare ogni sua voce statistica rispetto all’anno scorso, compresi i minuti a partita in una squadra molto più scarsa.

Meglio da avversari?

Meglio da avversari?

6. Shaq ai Cavaliers. Non ce ne voglia lo Shogun (o il Diesel, o il Big Fella, o come caspita si vuol far chiamare), ma al momento i suoi minuti in campo sembrano quasi dannosi per i Cavaliers di Re Lebron. L’inserimento procede molto, troppo a rilento, e solo nell’ultimo paio di gare Brown sembra aver capito una piccola parte dei modi di rendere O’neal devastante. Intanto i Cavs sono partiti male, perdendo in casa contro Boston e Chicago quando l’anno scorso in tutta la stagione erano stati battuti solo due volte alla Quicken Loans, contro i Lakers a febbraio e nell’ultima inutile partita dell’anno contro Phila. Il motto di Shaq per la stagione è “Win a ring for the king”, ma c’è tanto da lavorarci sopra. Forse troppo.

5. Mike D’Antoni. Ovvero come prendere un buon concetto, quello dei Suns del doppio MVP, ed estremizzarlo brutalmente rendendolo pessimo. I Knicks sono da tutti definiti il circo dell’NBA, e le ragioni si possono trovare tanto in una delle peggiori difese della Lega quanto in un attacco senza senso, caricato sulle spalle del nano Robinson e che utilizza il povero Gallinari come specialista del tiro da tre dall’angolo e poco più. New York al momento ha vinto una sola volta in casa e due in trasferta, ed ha concesso ai suoi avversari più di 100 punti 15 volte su 17 partite. Va bene puntare alla grande estate dei free agents, ma se per qualche congiunzione astrale nessuno dei big l’anno prossimo passeggerà a Central Park, qual è il futuro di questi orribili Knicks?

4. Le nuove regole sui passi. L’altro giorno vedevo un contropiede concluso –al solito- con fallo e canestro di James, dove faceva deliberatamente tre passi per poi andare in lay-up. All’inizio mi sono messo a ridere dei soliti arbitri protezionisti di superstar, poi mi è venuto in mente che poco prima della stagione il quarto tempo è divenuto legale. Ma dico io, stiamo scherzando?

3. Allen Iverson. Non so a che punto della classifica sarebbe dovuto andare, ma vicino al suo amato 3 ci stava sicuramente benissimo. The Answer ha risposto a tutte le richieste di ritiro che gli stava facendo chi lo ama veramente con una lettera nella quale dà l’addio al basket, dopo che neanche nella lurida Memphis gli era stato affidato un posto da titolare. Potrei scrivere mille righe di ringraziamenti ed elogi come sarebbe giusto fare per il ritiro di uno dei più grandi dell’ultimo ventennio, ma non lo farò perché tanto so già che a breve lo rivedremo in campo con la maglia dei Sixers, o al limite di qualche contender nella quale andrà a farne 10 in 15’ dalla panchina. Sicuramente, al momento, la sua firma a Memphis è la peggior mossa dell’estate a mani basse, e da entrambe le parti.

2. La regular season NBA. Come ho già scritto l’altra volta, ormai non sappiamo più cosa fare. Noi, patiti di basket oltreoceano, ci troviamo ogni anno davanti a partite sempre più desolanti, arene sempre più vuote, intere stagioni di squadre totalmente senza senso. Riprendo il filo del discorso dal punto 8 e faccio presente al signor Stern che con 4 o 6 squadre in meno tutto ciò non succederebbe, la maggior parte delle squadre sarebbero molto più forti e le 4-5 lassù non avrebbero tutte quelle stelle, o almeno se le dovrebbero guadagnare col sangue e non con trades fasulle mirate solo a svuotare i cap. Facciamo finire questo schifo, please.

Glorioso passato e pessimo presente dei Nets.

Glorioso passato e pessimo presente dei Nets.

1. I nostri, vostri, loro, ma soprattutto altrui New Jersey Nets. I Nets, che ho ribattezzato Rims, la scorsa notte hanno fatto la storia raggiungendo lo 0-17 iniziale come solo altre due squadre (gli Heat appena nati nell’88-’89 e un’edizione a caso dei Clippers, per l’occasione quella del ’98-‘99) hanno saputo fare. E potrebbero superare tutti, se come facilmente pronosticabile perderanno contro Dallas nella notte fra il 2 ed il 3 dicembre. Coach Frank è stato esonerato, al suo posto un carneade pronto ad entrare nei libri come “il coach della vergogna” o qualcosa del genere, tale Tom Barrise. Ma attenzione, perché è tutto pronto per la vittoria in trionfo con quarantello dell’ex Devin Harris, la stella della squadra. In ogni caso, arrivederci a Brooklyn.

HONORABLE MENTION:
-I tristissimi New Orleans Hornets, capaci di passare in due anni da contender a squadra da lottery con un roster di belle speranze, due anni fa, e teoricamente maturo quanto praticamente perdente ora.
-Al Jefferson e i suoi T’Wolves. Al-Jeff doveva spaccare il mondo quest’anno, ma il suo rendimento è vistosamente crollato (dal 23+11 dell’anno scorso ad uno scarno 16+7,5). Non a caso, Minnesota prima di vincere miracolosamente a Denver non aveva perso solo la prima, contro –indovinate un po’- New Jersey.
-Derrick Rose. Doveva essere la stagione della consacrazione per il Bull dopo la pazzesca serie contro Boston, ma il prodotto di Memphis College sta deludendo: solo 15 punti e 5 assist a partita, con un vergognoso 17% da tre e tre perse. Sophomore slump?

S.B.

È iniziata l’NBA…o no?

Mi mancava tanto scrivere un po’ di basket. Fra una gitarella a Parigi e una a Milano, fra i grandi problemi di un pc che vuole del male al mio portafoglio e quelli un po’ più piccoli del poco tempo a disposizione, alla fine è un mese e mezzo che non scrivo. Male, perché di cose in testa ne ho tante; non mi resta che buttarle lì alla rinfusa in un lunedì sera del quale Sky ha rapito le partite dell’una.
È iniziata l’NBA e non ho manco avuto la possibilità di fare uno straccio di preview; ho deciso che mi rifarò dopo la trade deadline, sperando di veder schizzare Utah ai vertici dopo il saluto di Carlitos Loozer, di non essere annebbiato dall’inizio a razzo (e tutti sanno com’è la fine in questi casi) dei Suns e di non dover elogiare Brandon Jennings per i suoi tre cinquantelli e record vari nell’anno da rookie. Spero di poter constatare che la lotta ad Est sarà accesa come quella dell’anno scorso e che l’Ovest è sempre l’Ovest; spero di raccontare di un MVP –chiunque esso sia- scelto veramente per la sua stagione e non solo per un sei come prima cifra del suo record.

Brandon Jennings: chi l'avrebbe mai detto?

Brandon Jennings: chi l’avrebbe mai detto?

Ho visto cose, per l’appunto, che voi romani non potreste nemmeno immaginare. Mi sto ancora chiedendo come sia possibile che un cinno spaesato, fucina di palle perse e di capelli bianchi per Repesa come quello visto l’anno scorso nella capitale sia potuto diventare farfalla in così poco tempo, prendendo in mano una franchigia NBA scalcinata come Milwaukee e portandola addirittura ad un bel record dopo le prime partite. Questo vuol dire tante cose sulle differenze che l’oceano porta da una parte o dall’altra, dall’approccio dell’allenatore a quello della società a quello dei singoli giocatori. Qua, una cosa del genere non sarebbe mai successa; non con un ventenne che se la tira. Ad ogni modo, mi arrendo e gli dico bravo: d’altronde, esseri semi-onnipotenti come Garnett o Stoudemire o Paul non hanno saputo fare di meglio, e un Dwyane Wade qualsiasi per ora si è fermato al double-nickel.

James-Pierce: Il Duello di fine maggio.

James-Pierce: Il Duello di fine maggio.

Ho visto una pessima Cleveland finora. Forse Shaq non è esattamente quello che serviva ai Lebrons, forse è solo questione di tempo, fatto sta che per ora il cagnone è sembrato quasi dannoso alla squadra quando in campo. Con le sbandate di Delonte a togliere colla alla squadra, al momento i Cavs sono ben lontani dall’essere quelli dell’anno scorso; quelli strafavoriti nella postseason, che quest’anno invece potrebbero essere nuovamente i Celtics. Rasheed sembra integrato nel suo ruolo di sesto uomo, la squadra inizia già a rifiatare ogni tanto (vedi alla corte di Danny Granger ieri notte) perché è consapevole di poterselo permettere soprattutto vedendo il record dei rivali del lago. Garnett è tornato, i meccanismi pure; al momento, in pochi non prenderebbero i verdi come favoriti per il titolo, quantomeno quello di Conference.
C’è da dire che i Lakers ancora non possono essere valutati per quello che saranno in primavera. Fra l’assenza di Gasol e quella di Bynum, non si sono mai visti i veri gialloviola, non a caso Kobe ha dovuto tirar fuori un paio di prestazioni delle sue per non perdere subito contatto dai Suns. Che giocano malissimo ma in attacco, con un Nash così, ricordano quelli di tre anni fa, quando nessuno ci avrebbe puntato mezzo euro e loro puntualmente si sono sciolti in postseason. Rimango dell’idea che una squadra così strutturata non può andare da nessuna parte quando conta, ma finchè vincono così tanto, mi tappano costantemente la bocca.

Nella Grande Mela si parla in italiano.

Nella Grande Mela si parla in italiano.

A parte la lotta per il titolo, probabilmente la cosa più stuzzicante da qua all’inizio dei playoffs sarà vedere partite epiche fra squadre che definire circhi fa rizzare i capelli a Vanna Marchi (e non è impresa da poco). Ci sono gli ormai fissi Warriors di “Wine” Nelson –oh, d’altronde c’è chi apprezza il Fernet e chi i rossi californiani- che smerciano centoquarantelli a destra e a manca, subendone spesso e volentieri altrettanti; potrebbero tranquillamente essere dichiarati la squadra dalle gerarchie più mutevoli e meno definite della storia, una sera ne tiri 30 e quella dopo giochi 10’, e così via. Niente a che vedere con la serietà di Memphis. Non scherzo. Alla fin fine, con Iverson erano stati chiari: la tua reputazione è messa talmente male che ti vogliamo solo noi, però abbiamo un OJ da pompare e non è Simpson, quindi non ti sognare di andare in quintetto. Detto, fatto: è durato tre partite. Con l’arrivo di Mel Mel The Abuser, il divertimento sarà moltiplicato, avendo già a disposizione Mayo, Gay e Randolph. Al posto del povero Hollins servirebbe Gesù Cristo in panchina a moltiplicare continuamente palloni, forse persino più che con Iverson a disposizione. Poi ci sono i nostri, vostri, loro, propri, altrui (che è meglio) New York Knicks, ormai ufficialmente “la squadra del Gallo”. Che è diventato da uomo tuttofare con talento enorme a tiratore dall’angolo con sprazzi di gioco quando capita, grazie a Baffetto D’Antoni. Sono sicuro che il Mike saprà fare di meglio, intanto c’è da dire che le percentuali gli stanno parzialmente dando ragione. La squadra, intanto, rimane una delle cose con meno senso di sempre –seconda solo alle scorse edizioni dei Knicks e a qualcuna sparsa dei Clippers, probabilmente- ma, dicono gli analisti, quest’estate firmerà di tutto: autografi, cambiali, rate di mutui. Forse anche contratti, anzi sicuramente visto lo spazio a disposizione, ma secondo l’umile opinione di un non-insider difficilmente saranno quelli che sperano. L’estate 2010 comunque si sta avvicinando, e sempre per l’umile di cui sopra si rivelerà uno dei più grandi flop nella storia dell’hype da americheni.
La stagione, comunque, è al solito desolante. Ci sono fior di persone che si mettono d’impegno e guardano partite ogni santa notte in cerca di emozioni, bel gioco, gioco serio o semplicemente gioco: tempo sprecato. Le regole sui fischi stanno andando sempre più a sud, è diventato legale persino il quarto tempo, gli allenatori non sanno più che inventarsi e i giocatori fra un po’ scenderanno direttamente in campo in pigiama con l’mp3, guardando due ballerine che fanno la lap dance sotto canestro a pochi metri da un leone che salta un cerchio infuocato. Per fortuna esistono i playoffs; ecco, dire questa fatidica frase a metà novembre, però, non è molto beneaugurante per i prossimi mesi di un manipolo di drogati italiani di NBA quali me e altre migliaia di persone. Auguri a tutti noi: la prossima è dedicata al basket italiano, e non ci sarà tanto da ridere neanche in quel caso.

S.B.