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	<title>Where is my basket?</title>
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	<description>A Basketball blog by Stefano Brienza</description>
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		<title>I momenti che hanno definito il 2009</title>
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		<pubDate>Sat, 02 Jan 2010 19:06:52 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Dopo i bagordi a metà fra un decennio e l’altro ed augurando buon anno, cestistico ed oltre, ai miei pochi ma buoni, traccio una linea sul 2009 e vado alla ricerca di quei momenti che forse non tutti ricorderanno, ma che sono stati i veri motivi delle grandi conquiste, o delle grandi delusioni, sui 28 [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Dopo i bagordi a metà fra un decennio e l’altro ed augurando buon anno, cestistico ed oltre, ai miei pochi ma buoni, traccio una linea sul 2009 e vado alla ricerca di quei momenti che forse non tutti ricorderanno, ma che sono stati i veri motivi delle grandi conquiste, o delle grandi delusioni, sui 28 metri di quest’anno solare, a tutte le latitudini. Facile trarre un bilancio dei principali eventi del basket professionistico di questo ultimo anno.<br />
Il 3 maggio il Panathinaikos di Obradovic torna sul tetto d’Europa; il giorno successivo King Lebron vince il suo primo (e, presumibilmente, non ultimo) premio di MVP. Il meritato trionfo dei Lakers è datato 14 giugno, quello scontato di Siena il 16. La Fortitudo retrocede prima il 10 maggio sul campo, poi il 18 luglio negli uffici Fip; il 20 settembre è invece un giorno di gioia per la Spagna e per coach Scariolo, dominatori dell’Europeo. A livello individuale, come scordarsi del 14 novembre quando Jennings ne spara 55, mentre l’ultima impresa annuale è ancora del 23 da Akron, che nel giorno del suo venticinquesimo (sì sì, venticinquesimo) compleanno, il 30 dicembre, affossa dei grandi Hawks con 48 punti.<br />
Ma, ripeto, così è troppo semplice, e soprattutto poco interessante per chi segue sempre le traiettorie della spicchia e possiede una memoria appena decente. Preferisco cercare quei momenti che magari non vanno nei libri di storia, ma che gettano le basi per tutto il resto. Cambi d’inerzia, vittorie pesanti, fatti inaspettati; cose che succedono, siano esse negative o positive (dipende sempre dai punti di vista). Come se pensassi allo scambio Bryant-Divac come vera causa dei 4 titoli del decennio dei Lakers, o alla pallina numero uno agli Spurs nel ’97 come pietra miliare dei successi di San Antonio, tanto per fare esempi lampanti ed approfittarne per onorare le due più grandi squadre della decade. Ecco, in egual importanza, i miei opinabilissimi 10 momenti chiave del 2009.</p>
<p><img src="http://img683.imageshack.us/img683/1028/lapressebast150409spo00.jpg" alt="Fortitudo-Montegranaro, una partita di 95 minuti." /></p>
<p><em>Fortitudo-Montegranaro, una partita di 95 minuti.</em></p>
<p><strong>08/02.</strong> Al PalaDozza succede qualcosa di strano. Sul 74-73 per la Fortitudo, Minard segna a tempo scaduto l’ipotetico tiro della vittoria per Montegranaro, annullato; la società marchigiana protesta, e per due mesi la Effe oltre a subire deliri e disastri del suo staff dirigenziale non potrà stare tranquilla neanche sul campo, senza sapere se quei 2 punti la aiuteranno a salvarsi o no. La partita si recupera il 15 aprile e i biancoblù vincono 110-107 dopo 3 overtime, ma sarà inutile a fine anno. Restano due mesi di sconfitte ed attese, a metà fra il campo ed i tribunali: chissà cosa sarebbe successo altrimenti, Sacrati a parte.<br />
<strong>19/02.</strong> La Cinderella passa il testimone. Avellino era stata la grande nuova realtà del 2008, con il successo in Coppa Italia e l’incredibile approdo in Eurolega; nella nuova stagione a ricoprire il ruolo di sorpresa è Teramo, che arriva per la prima volta alle Final Eight addirittura con il terzo seed e per uno strano destino deve affrontare i Lupi. Finisce 76-70 con Capobianco fradicio di felicità (e di sudore, detto da uno che era in conferenza stampa) a celebrare un risultato storico, che “ufficializza” la grande stagione della Banca Tercas proprio contro il suo modello.<br />
<strong>19/02.</strong> Mentre Poeta ed il suo coach festeggiavano in hotel, dall’altra parte dell’oceano un ginocchio si storceva, e l’intera stagione NBA non sarebbe più stata la stessa: nel secondo quarto di una partita contro i Jazz, Kevin Garnett s’infortuna, impedendo ai Celtics di avere un vero shot per il repeat. Non farà in tempo a tornare, perché Boston senza il suo faro difensivo –e non solo- si schianterà in semifinale contro i Magic dopo aver faticato l’impossibile anche nella serie storica contro gli inesperti Bulls, che –lo dico- altrimenti avrebbe faticato a vincerne una.</p>
<p><img src="http://img683.imageshack.us/img683/7483/gasolbynum.jpg" alt="Il Signore Degli Anelli (sullo sfondo): Le Due Torri." /></p>
<p><em>Il Signore Degli Anelli (sullo sfondo): Le Due Torri.</em></p>
<p><strong>09/04.</strong> Lo Staples Center, durante una W contro i Nuggets poi sconfitti in Finale di Conference, riaccoglie il bambinone: Andrew Bynum torna dopo un lungo stop per infortunio, gioca 4 partite di regular season e nei playoffs dà una grossa mano a Los Angeles nella conquista del titolo, soprattutto a livello tattico insieme a Gasol nella formazione di due torri insormontabili per chiunque. A proposito dello spagnolo: il vero trampolino per il titolo gialloviola fu nel 2008, il primo febbraio, quando Pau arriva in California da Memphis cambiando le sorti della franchigia.<br />
<strong>10/05.</strong> Alla Futurshow Station, davanti agli occhi increduli di pochissimi scribacchini, si consuma un’assurdità sportiva senza precedenti: nel momento in cui via cellulari/internet arrivano le notizie da Teramo del viaggio in purgatorio dei cugini, Bulleri segna i tre liberi che pareggiano l’ultima di regular season, preludio ad un suo grande supplementare e ad una serie da MVP che butta fuori Boniciolli ed i suoi, privati del fattore campo. La curva però in quel momento esulta, senza sapere che, per colpa di un fallo stupido, dovranno rinunciare a tre anni filati di Eurolega (la licenza va così a Roma) e ad edizioni della Virtus probabilmente molto più forti.<br />
<strong>17/05.</strong> Orlando sovverte ogni pronostico e va a dominare gara 7 di semifinale al Garden di Boston. È la sublimazione del basket dei Magic che poi farà capitolare anche i Cavs di Lebron: 13/21 da tre per la squadra di Van Gundy che la vince anche e soprattutto tirando da fuori, quando nessuno durante la stagione pensava che un basket simile sarebbe potuto essere produttivo ai playoffs. Il 4/5 di Turkoglu ed il 3/3 di Pietrus sono il preludio ai capelli bianchi che entrambi faranno venire ai tifosi di Cleveland nelle settimane successive, negando ai romanticoni una finale Kobe-Lebron dopo aver reso impossibile anche il classico Celtics-Lakers.</p>
<p><img src="http://img27.imageshack.us/img27/2719/sienae.jpg" alt="Three-peat, and counting." /></p>
<p><em>Three-peat, and counting.</em></p>
<p><strong>Luglio.</strong> Lo strapotere di Siena, più che con i soliti numeri, secondo me si può spiegare con due mosse di mercato, perché il terrore impresso sul campo è secondo quantomeno in ordine di tempo a quello economico. Minucci si può permettere di prendere il miglior giocatore della squadra che la sua Montepaschi ha appena dilaniato in finale, l’Armani, e fargli fare la riserva di un campionissimo come Sato. E soprattutto, può comprare senza problemi uno arrivato secondo nella corsa all’MVP e…girarlo in prestito ad una che in un mondo normale sarebbe una sua diretta concorrente. I due David, Hawkins e Moss: un pezzo di complemento ed uno inutile per l’attuale roster dei biancoverdi.<br />
<strong>05/08.</strong> Anni di disastri di Recalcati hanno il proprio sunto in una sconfitta vergognosa. E non è quella di 20 in Francia che condanna ufficialmente gli azzurri a guardare gli Europei da casa, e neanche quella successiva con la Finlandia in casa. A Cagliari arriva la Francia senza Tony Parker: una squadra più che battibile, senza troppe motivazioni dato che aspetta il suo leader per vincere agilmente le gare successive ed approdare al torneo. Ma l’Italia, avanti di 5 a poco dalla fine dell’overtime, riesce a buttarla lo stesso, subendo un 8-0 finale di parziale e perdendo 80-77.<br />
<strong>14/09.</strong> La favoritissima Spagna non sta facendo un gran Europeo: ha appena perso con la Turchia e ci si domanda se le Furie Rosse si stiano risparmiando o se le loro difficoltà siano reali. Dopo il primo quarto con la non irresistibile Lituania gli iberici sono sotto 24-15 ed i dubbi si ingrossano. È lì che finisce l’Europeo, quello equilibrato: cambio di marcia evidente ad occhio nudo, vittoria tranquilla 84-70 e la squadra di Scariolo non si volta più, vincendo in scioltezza le partite che contano (nell’ordine, contro Polonia, Francia, Grecia e Serbia) con uno scarto medio di 20,5 punti.</p>
<p><img src="http://img696.imageshack.us/img696/7261/gregodenjpgb860a6ea32e4.jpg" alt="Provaci ancora Greg." /></p>
<p><em>Provaci ancora Greg.</em></p>
<p><strong>05/12.</strong> La sfortuna si abbatte ancora una volta sulla giovane e di belle speranze Portland: dopo che Greg Oden aveva saltato quasi l’intero anno da sophomore per un infortunio al ginocchio, durante una partita interna contro i Rockets salta totalmente la rotula del centrone, ed i Blazers devono rassegnarsi ad un’altra stagione insipida e ad un progetto di vittoria che si allunga sempre più. I maligni, o meglio i cinici, nutrono dubbi sulla tenuta fisica globale di un potenziale dominatore, appellandosi alla crescita fisica troppo veloce dell’uomo-bambino; altri parlano solo di jella. Sarà uno dei grandi temi del nuovo decennio: chi aveva ragione?</p>
<p>S.B.</p>
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		<title>NBA on Christmas: appunti sparsi</title>
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		<pubDate>Sat, 26 Dec 2009 01:09:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>whereismybasket</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Augurando buone feste a tutti di ritorno da un esame, qualche decina di centimetri di neve ed un paio di mangiate clamorose, butto lì qualche flash tecnico-tattico a proposito della mia personalissima principale tradizione natalizia, il doubleheader dei partitoni della notte di Natale.
MAGIC 77 – 86 CELTICS
Statement game dei Celtics, senza Pierce e in trasferta [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Augurando buone feste a tutti di ritorno da un esame, qualche decina di centimetri di neve ed un paio di mangiate clamorose, butto lì qualche flash tecnico-tattico a proposito della mia personalissima principale tradizione natalizia, il doubleheader dei partitoni della notte di Natale.</p>
<p><strong>MAGIC 77 – 86 CELTICS</strong></p>
<p>Statement game dei Celtics, senza Pierce e in trasferta è da considerare un’impresa. Difesa impressionante che concede percentuali gelide ai grandi tiratori avversari.<br />
La rotazione Perkins-Wallace (quest’ultimo stasera dominatore) è la migliore coppia Dwight-stopper della Lega, e a mani basse.<br />
Rondo ha una capacità di prendersi la squadra sulle spalle in situazioni importanti che sfiora l’inimmaginabile in quel contesto e a quell’età.<br />
Tony Allen si deve rassegnare: non potrà mai essere un giocatore di basket.<br />
Al contrario, non capisco chi possa considerare Roy –che adoro- o chi altro la guardia più pulita e bella da vedere della NBA, finchè non si ritira Ray.<br />
Garnett ad oggi è il giocatore statisticamente più silenzioso della Lega rispetto a quanto possa dominare una partita o spezzoni di essa.<br />
Il buon SVG pensa sempre alla difesa, e fa bene, ma magari crearsi un po’ di gioco in between potrebbe essere una buona idea, invece di puntare tutto sulle triple e sul post di Howard.<br />
A partire da Lewis magari, che tra l’altro è un’arma tattica terrificante ma quando si trova davanti KG è un mismatch che cammina. In negativo.<br />
Non capirò mai perché Orlando gioca meglio senza Nelson (a prescindere da stasera).<br />
I Magic sono sempre stati, sono e sempre saranno la contender (ever?) per la quale vale più la regola “it’s all about making THREE-POINT shots”.<br />
Però sono tanto, tanto, forse troppo profondi. A proposito, scambiarne un paio fra Bass, Barnes e Anderson più Nelson per una stella o quasi?<br />
Vince Carter è la guardia più sottovalutata degli ultimi 15 anni: tutta colpa degli schiaccioni.<br />
In generale, troppo cappone per i Magic. Poca intensità, pochissima mira, zero ritmo: la strigliata di Van Gundy non sarà stata meno pesante del pranzo.</p>
<p><strong>LAKERS 87 &#8211; 102 CAVALIERS</strong></p>
<p>Cleveland semplicemente imbattibile stasera, Los Angeles semplicemente inguardabile. Altra pesantissima ed inaspettata vittoria in trasferta con “C u back in june” scritto sulla faccia del team-minded Lebron.<br />
Mo Williams sarebbe la chiave di volta di un’eventuale finale –oltre che dell’80% delle serie che coinvolgono i Lebrons- fra queste due squadre: a parte tutto il resto, è l’unico a parte Lebron che ha un match-up offensivo favorevole. E s’è notato.<br />
Se Shaq avesse 25’ a partita come quelli di oggi, darei Cleveland come favorita per l’anello.<br />
Il doppio centro O’neal-Ilga per qualche minuto contro Los Angeles (e basta, direi) può funzionare. E Varejao diventa ancora di più un fattore dalla panchina.<br />
I Cavaliers hanno un ottimo gioco senza palla, che unito alle visioni del play di 2.03 li rende capaci di giocate di squadra fluide e godibili.<br />
Lebron a metà…ahahahahhahaha.<br />
Le interviste fra Magic e Kobe a metà partita di Natale sono sempre stuzzicanti, però avrebbero anche stufato. I Muppets dei due semidei invece non mi stancheranno mai.<br />
Ma come non c’è Jack Nicholson?! Per forza poi succedono i casini nel finale, manca il custode…<br />
I duelli Lebron-Artest sono fantastici, hanno un’aura di anni ’80, fisici all’inverosimile. Però, cazzo, vince sempre quello col 23, e come disse Andy Roddick parlando di Federer, “Che io sappia, una vera rivalità può esistere solo se si vince a turni, non può vincere sempre lo stesso”.<br />
Ron-Ron riesce da solo a smontare un intero attacco in poche azioni con qualche spallata e qualche occhiata.<br />
Kobe potrebbe giocare anche senza una gamba, e rimarrebbe comunque una scoring machine senza eguali (però che percentuali…).<br />
Dimostrati ancora una volta i limiti di P-Jax, che doveva intervenire in maniera più decisa nella confusione che c’era in campo fra i suoi. Ma se un eventuale prossimo anello se lo dovrebbe mettere sull’alluce, cosa puoi dirgli?<br />
Non è che la mega estensione ha fatto male a Pau? Malissimo anche Lamar. Bynum non pervenuto, quando vede il Big Fella si emoziona perché si ricorda un vecchio Natale quando diventò famoso.<br />
Sunto: un team ha giocato di squadra, l’altro no.</p>
<p>S.B.</p>
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		<title>Youngsters do it better</title>
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		<pubDate>Sat, 12 Dec 2009 12:07:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>whereismybasket</dc:creator>
				<category><![CDATA[NBA]]></category>

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Roy-Aldridge, coppia vincente.
Nell’NBA di oggi ci sono contenders (chiare a tutti: Celtics, Lakers, Spurs, Magic, Cavaliers in ordine sparso) e ci sono squadre che per qualche anno non avranno alcun senso logico (penso ai Knicks, ai Clippers, ai Pacers, ai Warriors). Ci sono dei team che fanno i playoffs ma difficilmente vanno fino in fondo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://img37.imageshack.us/img37/1499/aldridgeroy.jpg" alt="Roy-Aldridge, coppia vincente." /></p>
<p><em>Roy-Aldridge, coppia vincente.</em></p>
<p>Nell’NBA di oggi ci sono contenders (chiare a tutti: Celtics, Lakers, Spurs, Magic, Cavaliers in ordine sparso) e ci sono squadre che per qualche anno non avranno alcun senso logico (penso ai Knicks, ai Clippers, ai Pacers, ai Warriors). Ci sono dei team che fanno i playoffs ma difficilmente vanno fino in fondo (Hawks, Suns, Mavs, Heat per fare degli esempi), e infine ci sono delle squadre in ricostruzione. Il concetto di “rebuilding” pone le sue radici nell’inesistenza delle retrocessioni nella Lega oltre che nel sistema di scelte ribaltate rispetto alla classifica, ed è forse quello che rende eccitante questo giochino praticamente per i tifosi di ogni squadra americana, che possono sognare da un anno all’altro di avere in mano un roster decente quando prima era una barzelletta. Il pensiero va subito ai Celtics del trio, ma anche ai Cavs (“The mistake by the lake” fino all’avvento del 23, futuro 6); chiaramente c’è anche il rovescio della medaglia, se guardiamo com’eran messi un paio d’anni fa i Pistons o i Kings. A causa al rebuilding, spesso si vedono partite false, squadre che mirano a perdere per tutta la stagione o dopo una fetta negativa di essa. Ma c’è chi lo sa fare bene –il rebuilding, non il tanking, anche se pure quello è un’arte- e oggi mi concentrerò sulle realtà che oggi fanno paura a pochi, ma che nel giro di qualche anno potrebbero inserirsi nel novero delle migliori, tutto ciò mentre altre squadre (andando a naso, direi i Suns, gli Spurs, i Mavericks, le squadre più vecchie insomma) torneranno nel baratro della lottery, o comunque caleranno.</p>
<p>Al primo posto vanno sicuramente i <strong>Portland Trail Blazers</strong>. Già oggi squadra da buon piazzamento playoff, i Blazers hanno ricostruito grazie soprattutto ad una geniale quanto fortunata serie di scambi effettuata in sede di draft nel 2006, quando misero le mani contemporaneamente su Roy ed Aldridge, ora le forze portanti della squadra, uno (Brandon) già superstar e l’altro (LaMarcus) sull’orlo di diventare un All Star con qualche miglioramento. Al nucleo di giovani, già ricco con le pesche della classe 2006 più le ali Webster e Outlaw draftate negli anni precedenti, si è aggiunto nel 2008 Rudy Fernandez, i cui diritti sono stati accaparrati dalla dirigenza un anno prima tramite un’altra fantastica trade, mentre lo spagnolo militava ancora nel Badalona e fu scambiato con i Suns (addirittura insieme a James Jones) per “cash considerations”, cioè praticamente per nulla visti e considerati gli averi a disposizione di Mr.Microsoft Paul Allen. La ciliegina sulla torta di Portland è arrivata il 28 giugno 2007, quando la fortuna ha baciato Allen in testa regalandogli la pick numero 1 e con lei Greg Oden. Salvo poi fargli pagare il contrappasso con la salute del ragazzone, che pochi giorni fa si è distrutto una rotula saltando a rimbalzo dopo aver saltato quasi tutto l’anno da sophomore: a Greg, probabile dominatore di aree negli anni a venire se il fisico regge, i miei auguri di buona guarigione per poter vedere in futuro se manterrà le promesse. In Oregon hanno già esteso il contratto ad Aldridge e a fine anno rifirmeranno in tutta tranquillità Roy anche con i soldi della scadenza di Darius Miles, ultimo residuo di quelli fino a qualche anno fa conosciuti come “Jail Blazers”.</p>
<p><img src="http://img685.imageshack.us/img685/6360/thunderfuture.jpg" alt="Fanno paura. E fanno sbavare." /></p>
<p><em>Fanno paura. E fanno sbavare.</em></p>
<p>Una squadra che sta passando molto, troppo sotto i radar è la nuova franchigia degli <strong>Oklahoma City Thunder</strong>. Prima di cambiare città ed addossarsi quello che forse è il nome più brutto ever per una società professionistica americana, gli allora Seattle Supersonics (che bello, fa molto Ninties) hanno iniziato la loro scalata al successo al draft 2007. Alla 2 pescano Kevin Durant, fuoriclasse assoluto già oggi nei primi 5 attaccanti NBA stando larghi, pick numero 1 sbadigliando nel 90% dei draft che però è capitato in quello di Oden e della Portland di Roy (stesso suo ruolo). Alla 5 Boston pesca Jeff Green e lo gira a Seattle, con Szczerbiak e West poi tradati dai Thunder in cambio di scadenze, e vede arrivare insieme a Big Baby Davis il secondo pezzo dei Big Three, quel Ray Allen che aveva fatto la storia dei Sonics per anni ma voleva indossare qualcosa di prezioso al dito. Con la partenza di He Got Game inizia il nuovo corso dei Sonics, che l’anno successivo cambiano città e sono fortunati con le palline del draft per altre due lotteries di fila. Nel 2008 alla 4 c’è Westbrook, play tutto corsa e potenziale futuro All Star, mentre alla 3 quest’anno arriva Harden, guardia che sembra cucita e rifinita per stare a fianco al cerbiattone Durant. Ai quattro moschettieri, tutti atletici e dal potenziale enorme, si aggiungono Sefolosha e Collison, altrettanto giovani ed ottimi pezzi da rotazione. I Thunder hanno 13 milioni in scadenza e potrebbero puntare a qualcosa di importante quest’estate, con un occhio ai contratti dei quattro titolari: con un centro a completare il puzzle ed una gestione oculata delle loro scadenze, nel giro di un paio d’anni i Thunder potranno fare il loro esordio su palcoscenici importanti.</p>
<p>Al terzo posto di questa classifica senza particolari parametri ci piazzo i <strong>Minnesota Timberwolves</strong>. La loro ricostruzione è stata sostanzialmente basata sullo stesso giocatore che li ha tenuto in vita –e come li ha tenuti in vita- per 12 anni, Kevin Garnett. Lo scambio che ha scaturito il ritorno all’anello dei Celtics è stato il più sproporzionato nella storia della Lega: da una parte un giocatore, dall’altra 5 uomini e 2 virtuali, vale a dire le due prime scelte al draft 2009 che si sono splendidamente concretizzate in Flynn e Rubio. Una doppia scelta controversa: stesso ruolo, entrambi fortissimi (per chi lo conosce, Rubio è chiaramente altra categoria, cioè quella degli dei più o meno, ma anche Flynn è un buon play). Probabilmente uno dei due verrà scambiato quando Ricky deciderà di andare negli Usa, intanto il ragazzo del ‘90 vincerà qualcosina quest’anno al Barca mentre Johnny imparerà a prendere in mano una franchigia. A proposito di franchigia, nello scambio Garnett arrivò anche e soprattutto il franchise player, Al Jefferson, lungo offensivamente spettacolare esploso l’anno scorso attorno al quale ruota tutta la costruzione dei Wolves. Al suo fianco, a formare forse il miglior reparto lunghi giovane della Lega, Kevin Love, arrivato in uno scambio di cui riferirò a breve; poi Sessions, Gomes, Brewer, tutti futuribili. In attesa dell’atterraggio di Ricky: in quel momento si capirà veramente se questa franchigia sarà grande –con un buono scambio o con la permanenza dello spagnolo- o se era tutto un fuoco di paglia.</p>
<p>Dopo il periodo d’oro di Jordan, Pippen e Jackson e “The Last Dance”, dal 15 giugno 1998 i <strong>Chicago Bulls</strong> diventarono una delle franchigie più disastrate d’America. È il contrappasso della NBA: i primi saranno gli ultimi. Iniziò una lunga ricostruzione, passata per qualche anno terribile e qualcuno un po’ meno ed arrivata infine a concretizzarsi con la serie dell’anno scorso contro i Celtics, per tutti il più emozionante primo turno della storia NBA, 4-3 con 7 overtimes complessivi e non so quanti buzzer-beaters. I Bulls hanno finalmente ritirato fuori l’orgoglio dopo 10 anni di vergogne, e lo hanno fatto con un roster giovanissimo: la prima assoluta del 2008 Rose, la 7 del 2003 Hinrich, la 3 del 2004 Gordon, la 7 dello stesso draft Deng (arrivato in cambio di due scelte inutili in una trade ridicola con i Suns che si staranno ancora mangiando le mani), la 4 del 2006 Thomas, la 9 del 2007 Noah. La squadra è già pronta per il salto di qualità, che potrebbe arrivare quest’estate dato che a Chicago scadranno 30 (!) milioni, ed è una delle principali candidate ai pezzi pregiati del 2010. Insomma, qua è già andato tutto a buon fine, almeno fino allo step conclusivo. Ma con un paio di appunti alla dirigenza: la perdita di Gordon come free agent quest’estate doveva essere monetizzata in qualche modo, e lo scambio Thomas-Aldridge è una grave pecca che sarà causa di bestemmie perenni per ogni tifoso dei rossoneri, dato che Tyrus, per quanto energetico, è uno dei giocatori con meno IQ cestistico di sempre. E che al momento quello che farebbe la differenza sarebbe proprio un’ala grande con punti nelle mani: citofonare LaMarcus.</p>
<p><img src="http://img694.imageshack.us/img694/372/nbagrosemayo1576.jpg" alt="Beep-Beep e Speedy Gonzales." /></p>
<p><em>Beep-Beep e Speedy Gonzales.</em></p>
<p>I <strong>Memphis Grizzlies</strong> non sono mai stati la franchigia NBA dei vostri sogni. Nella città di Elvis si sono inanellate stagioni perdenti su stagioni perdenti dal trasferimento da Vancouver in poi, intervallate da tre squallide apparizioni ai playoffs (dal 2004 al 2006) senza vincere una sola partita delle 12 giocate. Da quella volta Memphis non è mai arrivata a 25 vittorie in stagione, e si può tranquillamente definire una delle franchigie più tristi della Lega. Ma qualcosa si sta muovendo. Quando cedettero ai Lakers Gasol per vari giocatori improponibili il 1 febbraio 2008, i Grizzlies avevano segretamente (e forse involontariamente) fatto un affarone, dando via il fratello più grande per quello più giovane, vale a dire Marc, i cui diritti sono passati –senza che nessuno se ne accorgesse, dato che giocava a Girona e sembrava a tutti la fotocopia scarsina di Pau, non materiale da NBA- a Memphis e stanno dando un perché alla trade altrimenti più assurda degli ultimi anni. Marc si sta evolvendo in uno dei migliori centri della Lega, e quest’anno Rudy Gay (arrivato tradando Battier ai Rockets) sta viaggiando a 20 di media. Con loro OJ Mayo, piccolo scorer di razza arrivato scambiando le scelte con Minnesota per Kevin Love, due anni fa; c’è da dire che i Grizzlies al draft non ci sanno molto fare, se è vero che al momento in pochi prenderebbero Mayo per Love e che Conley, pickato alla 4 nel 2007, e Thabeet, scelto quest’anno alla 2, sembrerebbero dei bust clamorosi. Ma su quei tre si può costruire, magari aspettando le ultime pesche e lavorando bene sul mercato free agent nel 2011, quando la situazione salariale sarà eccellente dopo la scadenza del 20+10 più disfunzionale della storia, Zach Randolph.</p>
<p>I <strong>New Jersey Nets</strong> hanno appena infranto un record negativo, quello della peggior partenza nella storia: 0 vinte-18 perse. Vista dall’esterno, la franchigia cugina dei Knicks è molto difficile da considerare positivamente, ma la legge NBA ci dice che ci potrebbero essere succose novità per le Retine. C’è già un buon nucleo di giovani, approdato nelle paludi soprattutto nel 2008. La stella della squadra è Devin Harris, tradato da Dallas l’anno scorso in cambio di Kidd (l’hystory maker della franchigia) insieme a fillers vari; dal draft arrivano uno dei giocatori più produttivi di questa stagione, Brook Lopez, centro nel vero senso della parola pescato alla 10, e Chris Douglas-Roberts, ala scelta alla 40. Poi il rookie Terrence Williams; l’oggetto misterioso Yi, cinese dal grande potenziale ma molto molto nascosto; e Courtney Lee, arrivato quest’estate dai Magic insieme alle scadenzone di Alston e Battie in cambio dell’ultimo pezzo da 90 rimasto a New Jersey, Vince Carter. Scambio apparentemente senza senso, ma che mette in chiaro una cosa: nell’estate 2010, quando forse si trasferiranno a Newark mentre aspettando l’autorizzazione per Brooklyn (2011?), i Nets puntano a qualcosa di molto grosso. I nomi caldi del 2010 sono noti: James e Wade su tutti, poi Bosh, Stoudemire, Johnson, Redd, McGrady (con tutti i se e i ma del caso, ma va inserito nella lista). Un’aggiunta di tal qualità, con l’asse play-centro già pronto (Harris non è definibile play, ma in NBA il suo ruolo è quello), potrebbe proiettare New Jersey/Brooklyn fra le contenders degli anni a venire. Con una controindicazione: se quest’estate non arriva nessuno, tutti nell’oceano…</p>
<p>S.B.</p>
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		<title>Intervista esclusiva a Scoonie Penn, Il Viaggiatore</title>
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		<pubDate>Sat, 05 Dec 2009 13:55:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>whereismybasket</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La colonna sonora della sua vita potrebbe tranquillamente essere The Passenger, enorme pezzo di Iggy Pop. Viaggia, viaggia, osserva e studia posti, poi se ne va. Non ha fissa dimora, e gli va bene così. Non è un fenomeno ma è capace di picchi da vincente vero. Conosce l’Europa meglio di molti europei, conosce sé [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>La colonna sonora della sua vita potrebbe tranquillamente essere The Passenger, enorme pezzo di Iggy Pop. Viaggia, viaggia, osserva e studia posti, poi se ne va. Non ha fissa dimora, e gli va bene così. Non è un fenomeno ma è capace di picchi da vincente vero. Conosce l’Europa meglio di molti europei, conosce sé stesso meglio di chiunque altro. James Penn non si gira se lo chiami per nome: per tutti è Scoonie, nickname che ricorda un po’ la sua somiglianza ad un topolino, che sul campo prende solo quello che gli lasciano i compagni, con discrezione e dedizione alla causa, sia essa quella di una big italiana, di uno squadrone greco o di qualche realtà balcanica non meglio definibile.<br />
Ci metto quaranta minuti a fare quattro kilometri scarsi e prendo ettolitri di pioggia per entrare nella sede della Virtus –chi l’avrebbe mai detto?- dove mi accoglie l’interprete/accompagnatore. Un paio di minuti d’attesa ed ecco Scoonie: tuta larghissima da buon americano del 2000, cappellino sul quale si intravede appena la classica “B” dei Boston Red Sox sotto il cappuccio, tenuto perennemente sulla testa anche all’interno. “How ya doin’?”, l’esordio è classico, la stretta di mano anche, sciolta e fuggitiva ma vigorosa. Entriamo al campo d’allenamento dei cinni, la foresteria virtussina (commento a margine: non ne mettono uno); dico all’interprete che può starci tranquillamente ad ascoltare senza intervenire, ci metto un quarto d’ora circa ad accendere il registratore e possiamo finalmente iniziare.<br />
Esordisco dicendogli che sono di Pesaro, e che il suo 5/6 da tre contro Caserta mi ha fatto ricordare una partita storica: 25 marzo 2005, Barcellona 87- Scavolini 101, Scoonie 7/8 dalla lunga per 25 punti. Non faccio in tempo a finire la frase che esclama “Oh yeah, Barcelona! Mi ricordo perfettamente”. Quel giorno avevo da poco compiuto 16 anni ed ero davanti alla tv praticamente in lacrime, vedendo l’impresa della Vuelle più pazzesca che ho vissuto live, insieme a quella di una settimana prima in casa contro il Real (90-88 al supplementare), che avrebbe poi distrutto Pesaro ai quarti di Eurolega di una stagione indimenticabile.<br />
“La dovevamo vincere per passare il turno, e abbiamo giocato una partita perfetta in casa loro. Fantastico”.</p>
<p><img src="http://www.bostonunitedbasketball.net/images/scoonie.jpg" alt="Scoonie ai tempi della Scavolini." /></p>
<p><em>Scoonie ai tempi della Scavolini.</em></p>
<p><strong>Contro Caserta, invece, è arrivata una sconfitta da 84 punti subiti. Cos’è successo?</strong><br />
“Secondo me non abbiamo giocato male in difesa, anche se avremmo senz’altro potuto fare di meglio. Se in una partita di 40 minuti il tuo attacco va sempre male, è difficile mantenere sempre la concentrazione e l’intensità dietro; se avessimo messo anche solo qualche tiro in più, credo che avremmo avuto molta più energia nella nostra metacampo. Ma bisogna dare credito a Caserta, hanno giocato una partita super e sono un’ottima squadra”.<br />
<strong>E non a caso ora sono secondi, che sorpresa. Ma torniamo a te: ora hai vissuto qua qualche mese e questa è stata la tua quarta esperienza in Italia, dopo Trieste, Roma e Pesaro. Quali sono le differenze fra questi quattro posti e soprattutto che cambiamenti hai notato nel basket italiano dell’ultimo decennio?</strong><br />
“È semplice dire cos’è cambiato: quando sono arrivato qua per la prima volta a Trieste, primo anno dopo il College, c’erano un sacco di squadre forti di livello europeo, fra cui ovviamente Bologna (era l’anno del Grande Slam, ndr), e la lega era durissima. Lo è anche ora, ma a quel tempo era proprio di un altro calibro, quasi tutti gli europei più forti giocavano in Italia e così anche degli ottimi americani. Era il campionato più duro d’Europa. Adesso non è più così, ci sono altri campionati che sono passati avanti, come quello spagnolo o greco. Per quanto riguarda le città in cui ho vissuto qua, sicuramente quella più particolare era Trieste, perché è vicina alla montagna e c’è un clima diverso. Quello che ho notato è che nelle città dove ho giocato c’è un grande attaccamento dei tifosi alla squadra. Soprattutto a Bologna e Pesaro, ma anche a Trieste: sono tutti entusiasti ed interessati al basket. Di Roma non si può dire la stessa cosa perché lì comanda il calcio”.<br />
<strong>Si può dire che sei stato uno Europe-traveller durante tutta la tua carriera. Ora che sta per tornare Collins e finirà il tuo periodo a Bologna, cosa ti riserva il futuro? Andrai da qualche parte in Europa, rimarrai in Italia, e soprattutto quale opzione ti attira di più fra le due?</strong><br />
“A me non cambia nulla. Andrò sicuramente a giocare da qualche parte, il luogo lo deciderà il club che mi chiamerà. Quando ho firmato sapevo che la mia esperienza qua avrebbe avuto tempo limitato e sto bene così; ho abbastanza esperienza per essere consapevole che a tante squadre serve un play esperto come me in campo. Quindi se rimarrò in Italia sarò contento, sennò idem. Questa è la cosa che mi piace della mia carriera: ho visto e vissuto un sacco di posti, è una figata, poche persone possono dire lo stesso. C’è gente che è stata in Italia 8-9-10 anni, e anche quella è una bella situazione, ma io ho giocato in tanti paesi, in grandi campionati, sentendo lingue strane e mio figlio ha già visto un sacco di cose diverse”.<br />
<strong>Ma non hai mai avuto il desiderio di rimanere da qualche parte per 3-4 anni ed iniziare magari una dinastia, come quella di Siena?</strong><br />
“Sì, ma qua in Europa è difficile. Anzi, non succede proprio. Se un anno non vinci il campionato, la società cambia tutti i giocatori. Gli unici che lo fanno, e che infatti vincono spesso, sono Panathinaikos e CSKA, ed ultimamente Siena. Ma sono tre squadre su…quante ce ne saranno in tutta Europa? Se fossi stato negli States, sarei stato più felice a rimanere sempre nello stesso posto, lì è diverso. Ma qua non ho casa fissa, e sai una cosa? Anche se non ce l’ho, sto benissimo così, non ho alcun problema a viaggiare qua e là”.</p>
<p><img src="http://img11.imageshack.us/img11/5591/scooniepennentratanero1.jpg" alt="L'ultima versione, quella virtussina." /></p>
<p><em>L&#8217;ultima versione, quella virtussina.</em></p>
<p><strong>Sei un giocatore tendenzialmente di striscia, ed ora sei caldo. Credi che a Ferrara ripeterai una partita come quella di domenica scorsa o ti concentrerai più sulla difesa come chiede sempre alla squadra coach Lardo?</strong><br />
“Dipende da cosa serve. Da quando sono qua ho cambiato il mio stile di gioco, ora sono in una squadra dove ci sono altri che sanno segnare, mentre altre volte mi sono trovato a dover fare il bomber. Negli ultimi 4-5 anni però ho sempre girato per grandi squadre e non serve che io faccia 20 punti. Ma se mi è richiesto, lo so fare: se qualcuno sta tirando male allora inizio ad essere più aggressivo offensivamente”.<br />
<strong>Cosa vi ha fatto vedere e cosa vi ha detto Lardo di Ferrara?</strong><br />
“Abbiamo visto tanti video, la preparazione alla partita è iniziata subito il giorno dopo la sconfitta. Sono una squadra atletica, hanno un centro grosso come Jamison e buone guardie. Sono una di quelle squadre senza una gran classifica, ma che in realtà hanno una buona squadra molto dura da battere, soprattutto in casa loro. Sarà una battaglia”.<br />
<strong>In questi giorni si parla spesso degli obiettivi ancora indefiniti della Virtus. Anche se stai per andartene, da osservatore pensi che qualcuno quest’anno sarà capace di battere Siena in qualche modo?</strong><br />
“Io penso di sì. La stagione è lunga, le partite tante e succederanno mille cose. Siena è una grande squadra con un’ottima chimica, ma negli ultimi tre-quattro anni sono anche stati molto fortunati. Quando conta possono capitare infortuni, periodi di slump, e per ora non hanno avuto nulla di tutto ciò. Sono fortunati. Basta guardare quanti infortuni ha avuto la Virtus nelle ultime settimane, da Diego (Fajardo) a Dusan (Vukcevic) a me stesso. Per iniziare una dinastia hai anche bisogno della fortuna, e Siena ne ha avuta tanta. Ma se nessuno ci provasse allora non dovremmo neanche giocare: possono sempre avere una partita storta, e per batterli gli avversari dovranno comunque farne una eccellente. Per quanto riguarda la Virtus, gli alti e bassi ci sono per tutti, è parte del gioco. Ma quando vai in basso non devi essere troppo negativo e quando vai in alto non devi montarti la testa: bisogna essere equilibrati, ora la squadra tornerà in salute e si potrà iniziare una bella striscia”.<br />
<strong>Una cosa che ti ha colpito positivamente e una negativa di Bologna come città.</strong><br />
“Sulla città non posso dire niente di male, ho avuto una bellissima esperienza qua. Sono qua per la squadra ed è quello di cui mi curo, quindi ti posso dire che a volte non siamo abbastanza affamati di vittoria, ci sentiamo soddisfatti, non siamo pazzi di vittoria come dovremmo essere. Ma di positivo c’è che tutti qua hanno la giusta mentalità, non si buttano mai giù. Conoscono la storia di questa società e anche quella della scorsa stagione, con il collasso finale. È un bel gruppo, nessuno punta mai il dito contro gli altri e lavorano tutti perché sanno che la stagione è ancora lunga”.</p>
<p><img src="http://img81.imageshack.us/img81/8971/mediadayosubb.jpg" alt="In cazzeggio, ai tempi di Ohio State." /></p>
<p><em>In cazzeggio, ai tempi di Ohio State.</em></p>
<p><strong>L’ultima domanda riguarda una cosa che mi chiedo da anni: cosa vuol dire “Scoonie”?</strong><br />
“In realtà non vuol dire niente, è una storia lunghissima. Sono il primogenito e mia madre mi chiamava Uno, che la mia cuginetta tramutò in Uni; poi, quand’ero piccolo, giravo sempre con un mini-scooter e mi iniziarono a chiamare Scooter. Ma la parte divertente viene ora: a Boston quando ero piccolo girava uno snack che si chiamava Scooner Pie”, rivela Scoonie/James/Scooter fra le risate di entrambi. “Gli adulti intorno a me cambiarono Scooter con Scooner, che poi si evolse in Scoonie e rimase così per sempre. Ancora qualcuno là mi chiama Scooner, ma è da quando sono piccolo ormai che sono abituato a Scoonie, se qualcuno mentre cammino per strada mi chiama “James!” io non mi giro neanche, da noi ognuno ha nicknames e se li tiene”.<br />
<strong>Devo dire che è una cosa che capita spesso anche a me, nessuno mi chiama per nome. Ma –la curiosità di garnettiano convinto mi assale- se sei di Boston, tieni per i Celtics?</strong><br />
“Celtics, Red Sox, Bruins, Patriots”, dice tutto d’un fiato, mostrandomi orgogliosamente il cappellino. “Sempre e comunque. È strano, perché sono nato a New York, ma mia madre si è presto trasferita a Boston. Quindi la mia famiglia –madre, zii, nonni- tifa tutta per le squadre di NY, ma io e i miei fratelli ci sentiamo dei Bostoners. Quando gli Yankees battono i Red Sox la mia famiglia mi sfotte, ma fortunatamente adesso i Celtics sono molto meglio dei Knicks…l’apoteosi è stata per il titolo dei Red Sox nel 2004, stavo per piangere, che sensazione!”.</p>
<p>L’intervista è finita e Penn deve andare, ma io mi sciolgo e gli rivelo che per me era un piccolo sogno fare una parlata con un giocatore che mi ha fatto godere così tanto pochi anni fa. Mi chiede se vivo ancora a Scavolini (capita agli italiani, figuriamoci ad un americano che non gioca a Pesaro da cinque anni), poi mi dice che ho fatto bene a scegliere Basket City se voglio fare questo lavoro. “Ma Pesaro (stavolta ci azzecca) è bellissima perché ha il mare”, conclude, poi va a lavorare in palestra.<br />
Chissà se lo rivedremo ancora in Italia, dopo che avrà finito il periodo a gettone. Qualcuno dice che è a fine carriera, ma uno come lui serve sempre: umile, serio, completo, capace ancora di ottime cose. Anche se, a 32 anni, raramente va ancora dentro con lo Scooter.</p>
<p>S.B.</p>
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		<title>Primo mese di NBA: I Top Ten</title>
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		<pubDate>Thu, 03 Dec 2009 00:41:58 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Ero rimasto alla Flop 10, e il pensiero non può che andare all’una e mezza di stanotte, dove i Nets (in attesa del nuovo coach Vandewhege e con una figurina in panchina) cercheranno di demolire ogni partenza negativa della storia. Intanto, come previsto, AllenI non ha avuto manco tempo di versare una lacrimuccia che era già a Philly: come sei romantico, e come sei prevedibile, Ive. Ora però, passate le schifezze, mi concentro sulle cose buone di questo primo mese di NBA.</p>
<p><strong>TOP TEN</strong></p>
<p><img src="http://img707.imageshack.us/img707/6608/303.jpg" alt="Jason Kidd" /><img src="http://img37.imageshack.us/img37/8579/markjackson330.jpg" alt="Mark Jackson" /></p>
<p><em>Guardiamo ed impariamo.</em></p>
<p>10. <strong>Jason Kidd.</strong> Il miglior playmaker del decennio a 36 anni smazza ancora 9 assist a partita e sta tirando con la miglior percentuale da tre in carriera (un eccellente 47%), ma non è per questo che va in classifica. Il 25 novembre, nella riedizione di quella che qualche anno fa era la sparatoria per eccellenza del Texas fra i Mavs ed i Rockets, dopo 1’08” del terzo quarto Giasone ha dato via, con un gran alley oop per Beaubois, il suo 10335esimo assist in carriera, diventando il secondo miglior assistman di sempre dopo l’inarrivabile Stockton (15806 gemme) e passando Mark Jackson.<br />
9. <strong>Karl Malone &#038; Scottie Pippen.</strong> Siamo nel 2009 ed è un po’ assurdo che i due giganti dell’NBA degli ‘80s e soprattutto dei ‘90s siano in una classifica di merito. Ma pochi giorni fa è stato reso noto che i due campioni olimpici saranno nella lista dei candidati alla Hall Of Fame di quest’anno, e con ogni probabilità entreranno nell’arca della gloria. Scontato tributo all’ala forte più produttiva di sempre e al miglior esterno difensore della storia, protagonisti di due finali abbastanza famose all’ombra del 23. Lacrimucce sparse anche per gli altri candidati con meno sicurezza di entrare, fra cui Oscar Schmidt, Tex Winter, Rudy-T, Don Nelson, Marciulonis, Mullin, King, Muggsy Bogues e Dennis Johnson. Senza scordarsi il mitico Dick Bavetta.<br />
8. <strong>Larry Brown.</strong> Ormai nella fase finale di una carriera pazzesca, “my coach” (come lo definì l’Iverson di cui sopra mentre veniva premiato MVP dell’All Star Game 2001) continua a stupire, e sta portando ad un record decente quella che probabilmente è la squadra meno talentuosa della Lega. I Bobcats hanno per propria natura uno dei peggiori attacchi nella NBA, ma grazie a coach Brown sono anche la miglior difesa, anche meglio di Boston e Los Angeles i quali difensori sarebbero un attimo meglio di quelli di Charlotte. Insomma, calcolando chi c’è in panchina, sono ad una stella dal puntare alle Finals.<br />
7. <strong>Dirk Nowitzki.</strong> Il tedescone che sa uccidere una difesa in ogni modo immaginabile si sta ancora una volta portando sulle spalle i Mavericks, e in questa fase di stagione sta giocando da MVP: 27,2 punti a partita (continuasse così, sarebbe il miglior dato in carriera) con 8,5 rimbalzi e 1,5 stoppate nella squadra leader della Southwest Division, e un livello di gioco spaziale. Praticamente, i numeri che aveva nell’anno della conquista del Maurice Podoloff Trophy.<br />
6. <strong>Gasolino.</strong> Essendo nato in Spagna, Marc Gasol probabilmente non sa neanche cosa voglia dire “sophomore slump”, e lo sta dimostrando sul campo. Nei pur derelitti Grizzlies, il fratello piccolo di Pau viaggia in doppia doppia fissa ai 15 e 10 e sta diventando uno dei centri più appetibili dell’NBA. Con quei numeri -fra cui segnaliamo anche quasi 2 stoppate e più di un recupero di media-, quella stazza (216 cm per 120 kg), quella carta d’identità (29-1-85) e quel cognome, vista la parabola ascendente di chi ha alzato un paio di trofei alquanto importanti nell’ultimo anno solare, non può che far sbavare ogni GM.</p>
<p><img src="http://img707.imageshack.us/img707/3580/610x.jpg" alt="Hustle!" /></p>
<p><em>Hustle!</em></p>
<p>5. <strong>Gli operai di Houston.</strong> La stagione dei Rockets, con T-Mac fuori ad oltranza e Yao direttamente out for the season, pareva a chiunque il più classico dei “perdiamone una più dei Kings”, e forse fra qualche mese lo diventerà pure. Però quello che al momento è il supporting cast migliore della Lega sta tendendo imboscate su imboscate a chiunque, mostrandosi incredibilmente ostico soprattutto in trasferta dove ha uno dei pochi record positivi di tutto il campionato, insieme solo alle grandi. I Rockets sono sorprendentemente –sì, è ignobile, ma è la realtà- partiti a razzo, grazie ai vari Brooks, Landry, Ariza, Scola, Battier e compagnia bella, duri a morire ed intensi come nessun altro, ed al sottovalutatissimo coach Adelman: giocare per la lottery proprio non gli riesce.<br />
4. <strong>Melo.</strong> La completezza offensiva che ha raggiunto Anthony nel corso degli anni è una delle cose più belle da vedere su un parquet. Stile ed eleganza non sono mai mancati, la cattiveria è arrivata tardi ma ora c’è ed arricchisce un bagaglio tecnico in attacco da primi 10 della storia recente. Insieme a 30,7 punti a partita, che lo rendono il capocannoniere del mese e valgono un record di 13-5 per i suoi Nuggets; al triste e sfiduciato Carmelo di un paio di anni fa serviva avere vicino una presenza con leadership, e nulla poteva essere meglio di Chauncey Billups, grazie al quale non a caso l’anno scorso ha subito raggiunto le Conference Finals. Se il premio si assegnasse oggi, i suoi voti come Most Valuable Player sarebbero parecchi, e tutti meritati.<br />
3. <strong>L’ex play di riserva della Lottomatica.</strong> A Roma lo stanno ancora maledicendo, ora più che mai: il Brandon Jennings dell’anno scorso era praticamente un cancro sui campi italiani ed europei. Chi l’ha visto qua in sede di draft sfotteva sonoramente Milwaukee per averlo pescato alla 10, e invece Jennings si sta clamorosamente rivelando il rookie dell’anno a mani basse. Dei 55 ho già detto –e mi sono già sbigottito- abbastanza, ma mantenere quasi 22 punti a partita conditi da quasi 6 assist per un mese è segno di qualcosa di speciale. Velocità di base terrificante, grandi capacità di penetrazione e successiva acrobazia, braccia infinite con mani iper-reattive, ora anche il tiro da tre (50%, che credo e fortemente spero scenderà): Brandon, ma a Roma dove avevi lasciato tutto questo ben di dio?<br />
2. <strong>Steve Nash e i suoi Suns.</strong> Eccolo lì, un’altra volta. Ancora? Sì, ancora. Steve Nash si sta ri-ri-candidando al titolo di MVP, e potremo gridare alla bestemmia quanto vogliamo (non mi nascondo: l’ho fatto nel 2005 e soprattutto nel 2006), ma questo continua a metter su numeri (17+12 o giù di lì), correre come un pazzo a 35 anni suonati e dare via assistenze come indulgenze del sedicesimo secolo, accontentandosi però di soli 13 milioncini per quest’anno. Per merito suo i Suns battagliano per la leadership dell’Ovest come ai bei tempi degli alley oops con Marion, e stavolta i miracolati all’appello sono tali Richardson Jason, Frye Channing e persino Hill Grant, tutti rinati –o sbocciati, nel caso di Frye- magicamente sotto le cure del canadese.</p>
<p><img src="http://img443.imageshack.us/img443/687/6a00d83451b84f69e201053.jpg" alt="My Coach of the Month." /></p>
<p><em>My Coach of the Month.</em></p>
<p>1. <strong>Mike Woodson e gli Atlanta Hawks.</strong> Non fosse per il nome poco altisonante, il coach del momento sarebbe pacificamente per tutti mister Woodson, che sta facendo volare –nuovamente ignobile, ma nuovamente vero- gli Hawks verso vette inesplorate da decenni nella città della Coca-Cola. Josh Smith è diventato un mostro, Horford uno dei centri migliori della Lega, e JJ il leader con il miglior rapporto efficacia/loquacità d’America. L’attacco gira a meraviglia grazie anche a Bibby e a “Microwave” Crawford, la difesa si fa rispettare, e arrivano vittorie su vittorie in un palazzetto caldo come pochi altri. Un po’ di credito per coach Woodson è l’unica cosa –insieme ad una panchina più lunga- che manca ad Atlanta per essere definita una contender.</p>
<p>HONORABLE MENTION:<br />
-White Chocolate. Jason Williams è tornato in un contesto vincente, quello di Orlando, e per l’ennesima volta sta dimostrando che il suo meraviglioso stile di gioco porta anche dell’efficacia; oltretutto, la maturazione che ha avuto nel corso degli anni lo sta ricambiando con il miglior rapporto fra assist e perse in carriera (!).<br />
-Il ritorno di JO. Dopo varie stagioni di infortuni e semi-anonimato, il Germano sta tornando ad essere un fattore alla corte di D-Wade, con la quindicina di punti d’ordinanza, più di 8 rimbalzi a partita e un ottimo 56% dal campo. Se in estate arrivasse un altro big, con Beasley ed un centro così Riley (perché, credete in Spo?) potrebbe tornare alle Finals.<br />
-Kendrik Perkins. Nella top ten non ho citato minimamente la squadra che attualmente do come favorita numero uno per l’anello. In copertina però non vanno i Big Three, ma il centro che sta migliorando praticamente ogni giorno, e ormai è diventato indispensabile al pari degli altri membri del quintetto per la corsa al titolo di Rivers.</p>
<p>S.B.</p>
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